La nuova squadra

La nuova squadra

Atletica Franciacorta

Atletica Franciacorta


Il mio credo in queste parole

Il mio credo in queste parole


Il vero leone lo vedi solo fuori dal branco.
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco ed i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza pers eguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire dai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualche cosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo maggiore del solo respirare. solamente l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendita felicità.

(P.Neruda)

RICORDATI DI OSARE, SEMPRE!!!!


mercoledì 28 settembre 2011

Ciao Gimondi Bike

Il primo amore non si dimentica mai, qualunque cosa succeda e per sempre resta quel qualche cosa di speciale, unico, che difficilmente potrai mettere in un cassetto e scordare.
Sebbene andassi in bici da anni la Gimondi è stata la mia prima gara, quella scommessa con me stessa contro tutto e tutti, quella sfida che mi serviva per vincere un'altra scommessa, un'altra battaglia che stavo perdendo ma che ho graffiato con le dita e morso fino a farla mia.
Il 2000, un anno che difficilmente dimenticherò, per mille motivi ma che ha segnato per sempre la mia pelle, dentro e fuori, facendomi salire fino al Marus in bike, scendere lungo il canalone seduta nel fango, con un vecchissimo cancello rosso che ancora sta appeso in garage e di cui non riesco a liberarmi.
Ricordo ancora la faccia di mio padre quando gli dissi “papà faccio la GimondiBike…”, l’espressione era di incredulità e forse di commiserazione, ma lui sapeva anche che la mia testardaggine era tale da consentirmi di provare, di farcela nonostante tutto, le medicine, i punti, il pallore e la pelle tirata e stanca.
Da allora sono cambiate tante cose, le gare sono diventate 40 all’anno, giro per mezza Europa oltre a tutto il nord Italia in camper inseguendo questo o quel campo di gara, ho conosciuto centinaia di persone, ho scritto dei librucoli sulle mie scorribande in mountain bike, le biciclette nel mio garage sono diventate prima due poi quattro, la mia vita ruota attorno al carrozzone colorato della mtb e dei corsi per bambini con la scuola Diavoli Rossi del mio gruppo.
Papà non c’è più ma lo immagino, ovunque sia, ad alzare gli occhi al cielo ad ogni mia gara e trasferta, sorriderebbe ad ogni bottiglia di Lambrusco come premio per l’ultimo arrivato e sento la sua voce dire “ Tu sos tute mate…” in dialetto ladino.
Ho visto questa gara crescere e cambiare; ho visto partenze da quasi 3000 persone fino a domenica scorsa con 1500 partecipanti scarsi.
L’ho corsa con il sole, la pioggia battente, fango ovunque o talmente tanta polvere da non riuscire a respirare; mi sono ritirata una volta per stanchezza estrema ed una volta mi hanno squalificato perché, secondo loro, ci avevo messo troppo poco tempo a fare la salita della Madonna del Corno.
Portai testimoni che la fecero con me ma non fui mai integrata in classifica ed è la punta di amaro che ancora mi rode dentro.
Nel 2003 mi spaccai tre costole ma arrivai al traguardo comunque e la stessa cosa feci nel 2005, caduta con trauma cranico, ma quasi mangiai quel povero cristo dell’ambulanza che voleva portarmi all’ospedale e togliermi dal tracciato di gara.
Conosco il percorso come casa mia e se spostano un sasso me ne accorgo, ne ho visto le varianti, la prova speciale di Monterotondo dove diventavi ubriaco a furia di girare in tondo all’interno del percorso fettucciato; oppure la prova speciale nella tenuta coltivata a vigna della Monterossa, bellissima ma che non finiva mai….
Negli ultimi anni si è fatta alla tenuta Contadi Castaldi a Provezze, alla fine della discesa del canalone, non mi è mai piaciuta in verità….
Comunque l’ho amata ed odiata questa gara, l’ho cavalcata, imbrigliata e domata, qualche volta mi ha fatto piangere come mi ha fatto ridere o bestemmiare, mi è entrata nel sangue come un sorso d’acqua quando si ha sete; mi sono emozionata ogni singola volta, ogni anno, quando passando in piazza sentivo gli amici chiamare il mio nome a gran voce, a vedere i componenti della squadra lungo il percorso ed alla deviazione dei pollai a fare il tifo, la signora Edith fuori dal negozio ad aspettare il mio arrivo, oppure Enrico Casagrande che aspettava il mio passaggio sotto lo striscione dell’arrivo prima di andare a pranzo… anche quando arrivavo alle due passate.
Ora Enrico non c’è più ma domenica mattina l’ho sentito li accanto a dirmi” vai Kathy” come faceva ogni anno.
Ma è stata un emozione diversa stavolta perché so che il prossimo anno non la farò.

Certo si può sempre cambiare idea, posso ripensarci quando voglio ma credo che l’11esima edizione sia stata l’ultima per me ma non perché non mi piaccia più ma perché l’ho “sentita” diversa, senz’anima e sinceramente me ne dispiaccio non poco.
Forse il malumore che serpeggiava all’arrivo tra i master per il fatto che non venissero premiati, decisione deprecabile certo ma avranno avuto i loro motivi, forse il fatto di dover pagare un iscrizione un anno prima o quasi non sapendo mai fino ad una settimana prima se il lavoro mi consentirà o meno di partecipare, forse semplicemente per il fatto che gli anni si fanno sentire e che indietro nel tempo, purtroppo, non posso andare o, semplicemente perché voglio fare altri percorsi, altre gare, vedere posti diversi e gente diversa.
Non lo so ancora di preciso, sono una serie di emozioni dentro che si muovono e che si fanno sentire, tutte mescolate tra di loro e che mi hanno fatto pensare che è meglio cosi.
Mi mancherà?
Da morire!!!
So già che il 24 settembre 2012 avrò un attacco isterico al mattino, mi auguro di avere un turno di lavoro tanto incasinato da non permettere alla mia testa di pensare alla mtb, alla discesa nel canalone, al castello di Passirano, alla salita alla Madonnina che mi ha sempre fatto penare ma un anno sabbatico dalla Gimondi me lo prendo.
Poi magari, nel 2013, sarò la prima iscritta profezia dei Maya permettendo…
Ma che cominci a correre adesso quel Maya li, perché se ha messo in piedi tutto sto ambaradan e poi i poli non si invertono, la terra non gira alla rovescia ed i mari non invadono la Svizzera giuro che lo inseguo in bici per mezzo mondo, prendo la rincorsa e magari la salita del Mafa la faccio tutta d’un fiato!

martedì 20 settembre 2011

Go fat en singol trek chel’è ‘n spetacol…..

Cosi parlo Zaratustra…anzi no, il Charly del Pedale Orcheano!
Quando ho sentito questa frase , detta da Benedetti la sera della presentazione della Urcis 6h 2011 non ho potuto che sorridere, perché, conoscendo Charlye, ho immaginato il brillio dei suoi occhi mentre lo diceva ed il sorriso disarmante di questo uomo dai 50 anni e passa che sembra un ragazzino che si diverte a combinarne di tutti i colori.
E la sera stessa ho sentito la descrizione di questa gara nuova di zecca a Pompiano e da li a mandare due righe di e-mail all’organizzazione per iscrivermi è stato un attimo.
E dire che quasi non ci vado la domenica mattina dopo il diluvio nella notte di sabato, vento, pioggia stile idrante, pensavo alle condizioni del terreno che avremmo trovato, al fango….
Ma la sveglia è regolarmente suonata alle sei del mattino, il camper era pronto e molto mogia mi sono avventurata verso la bassa.
Eppure, mentre mi avvicinavo a Trenzano lungo vie alternative, mi accorgevo che il terreno era asciutto, qualche pozzanghera qua e la ma nulla di preoccupante.
Ed eccolo il cartello Pompiano, strada asciutta e la conferma poco dopo che li, la notte precedente, non aveva minimamente piovuto!
Fantastico.
Parcheggio poco lontano dal centro sportivo, il bestione ha bisogno di spazio, due passi fino alla segreteria di gara dove il Gliso e la Grazia fanno le iscrizioni, il 77 da attaccare alla bike e via a prepararmi, mi vesto da ciclista e faccio la mia macchinetta di caffé da bere prima di partire, è un rito a cui non rinuncio.
Due giri in giro li attorno, incontro un sacco di facce conosciute e tra di loro una maglia come la mia, Michele Quaranta, fermo da un po’ nel mondo agonistico ma con una stupenda bike nuova fiammante!
Non provo mai i percorsi di gara, scaramanzia o semplice risparmio energetico, ma giro un po’ tra strada e sentieri; so che c’è un passaggio in una cava, un poco di erba e terra, sabbia… vedremo man mano dai.
Via che si parte!
Obbiettivo? 4 giri e fare il possibile per spingere sui pedali il più possibile, andar piano si ma con stile però!
Anna vola subito via, Morena sta davanti a me e faremo un bel po di tira e molla lungo il percorso ,a il terzo giro lo faccio da sola, mi ha seminato cavolo!
Poco l’asfalto, sul ciglio di cava si viaggia tra sassi e ghiaia ed un po’ di sabbia ed eccolo il famoso single track del Charlye: in 300 metri te ne fa fare 800, a zig zag su e giù e su di nuovo… bello!
Sento parecchie volte un “vai Kathy..” ma non mi ricordo le facce, un grazie lo urlacchio ogni volta ed in un attimo eccolo il traguardo, lo passo e riparto.

Ad un certo punto vengo doppiata da Ale Scotti che mi chiama per nome chiedendo strada… lo sanno che li lascio passare, basta chiedere no?
Eppoi loro lottano per la vittoria, la mia vittoria invece è arrivare in fondo, divertirmi e non farmi del male,.
Un giro dietro l’altro ed ecco la campana dell’ultimo, il quarto appunto;
vedo Morena poco più avanti e faccio di tutto per raggiungerla….ci saranno solo due secondi tra l’una e l’altra ma non riuscirò a superarla… va bene cosi in fondo, è solo un gioco, un gran bel gioco.
Torno al camper serena, so di aver dato tutto quello che avevo nelle gambe ed ora mi aspetta una bella doccia calda; ma sento l’allarme da lontano e corro verso il parcheggio.-.. un cretino ha deciso di andare addosso al mio Indy rompendomi il para urti… ovviamente l’allarme è scattato ma il danno, meglio cosi, è limitato ad un pezzo di plastica rotta.
Va beh pazienza.
Al ristoro poco dopo per due pesche e dissetarmi in attesa delle premiazioni che ci saranno, quasi due ore dopo l’arrivo… Uffa!!!!!
Forse l’unica pecca della mattinata.
Stavo avvisando Alberto chiedendogli se poteva ritirarmi il premio quando mi dice “no fermati, facciamo voi donne adesso”.
Un cesto di fiori che vale tanto come un trofeo grandissimo; è li sul tavolo del salotto in bella mostra ancora oggi.
Devo tornare a casa ora, tra un ora sarò al lavoro.
Ed inizia a piovere scaricando dal cielo tutto quanto trattenuto finora ma noi abbiamo avuto fortuna, abbiamo pedalato all’asciutto.
Al lavoro nel pomeriggio ben poca gente in giro con il diluvio che tiene banco e le mie navi partono vuote verso l’isola ma io sono contenta cosi, un pezzetto di me è ancora la che gira per la cava di ghiaia e su quel single track disegnato dal Charlye.
Alla prossima.

lunedì 12 settembre 2011

6 ore della Madonnina

68843
Sessantottomilatooocentoquarantatre!
Cosi posso riassumere la giornata di ieri:
6h mtb
8 giri
84 km percorsi
3 classificata


Mica male direi, con ancora la 24h di Val Rendena nelle gambe, un caldo micidiale che pareva di essere a luglio e non settembre, l’erba ed i campi da attraversare sulla bike, il sentiero nel bosco che sembrava un toboga ed il lungo fiume che era l’unico punto un po’ fresco del percorso che si snodava lungo il Serio.
Ma cominciamo dall’inizio va’ che è meglio.
Il Rally della Madonnina lo conoscevo già, fatto tre anni fa se non ricordo male con tanto di tonfo a meta percorso sulle radici del sentiero nel bosco ma stavolta pare diverso, da cross country ad una endurance di 6 ore che fa parte del circuito dei Tre Fiumi.
Interessante la cosa, come si fa a non andarci?
E mando l’iscrizione naturalmente, alle sei del mattino suona la sveglia, la bike a bordo e via che si parte!
Non sono molti i chilometri da fare, una cinquantina circa ed in un ora sono a Madignano, alle porte di Crema e dopo aver girato per le strade del paese ecco il parcheggio messo a disposizione dall’organizzazione.
Parcheggiare il camper non sempre è facile, non è per nulla piccolo ma eccomi sistemata in modo da non dar fastidio a nessuno.
Scendo e mi avvio verso la segreteria, ritiro il mio numero ed il pacco gara, una bottiglia di vino ed un pacco di pasta, una serie di bustine di integratori ed un cappellino offerto dallo sponsor e, come sempre, il signor Gaioni della Tagracer mi prende in giro……
Ormai sembra un rito, accetto le battute sul mio andar piano e rispondo che tanto arrivo anche io, prima o poi…
Me ne torno al camper, preparo una moka intera da sei di caffé, mi siedo e bevo il mio caldo “doping” con una fetta di torta di mele; il tempo scorre piano piano ed ho il tempo per organizzarmi, guardare la gente che arriva ed il parterre di gara che si anima di gazebo colorati delle varie squadre, saluto gli amici ed i conoscenti e chiacchiero un pezzetto con Alfio che fa da speaker oggi.
Attacco il numero a Valchiria, preparo me stessa ricordandomi del braccialetto da mettere al polso come identificativo di corridore solitario, metto il chip elettronico adesivo sul casco ed eccomi pronta per questa nuova avventura.
Obbiettivo?
Sei giri, uno all’ora.
Se poi avrò la forza o la voglia di farne di più, ben vengano.
Salto in sella alla bike e gironzolo li attorno, scambio due chiacchiere con Grazia Bazza parlando dei figli che crescono e di mille altre cose, due amiche/rivali sui pedali, cinquantenni con figlie che studiano alle prese con le trasferte all’estero e con le chiacchiere dei conoscenti che ci danno delle matte scatenate per il fatto che, al compimento dei 50 anni, hanno preferito una bici nuova al brillantino….ma il brillante lo si può avere anche a 60 anni, la bici magari un po’ meno dice giustamente Grazia e non posso che darle ragione!
Eppoi noi siamo giovani dentro, di ciò che dice la gente non ce ne può fregare di meno!
Le undici si avvicinano e si deve partire in stile Le Mans, un giro di corsa per raggiungere la bicicletta e saltare in sella ed iniziare a pedalare lungo il percorso di 11 km circa tra argini, sentieri nel bosco, erba e campi di mais mietuto dove gli spuntoni fanno danni se non stai attendo a dove metti le ruote.
Il primo giro è una sorta di ricognizione ed essendo cosi lungo, nonostante si sia in parecchi a correre, lo si fa quasi in solitaria e devo dire che non è male, anzi, non hai l’ansia di intralciare chi ha fretta e forse solo il sentiero nel bosco rende i sorpassi un poco difficoltosi, per il resto ognuno fa la propria gara.
Le squadre ovviamente vanno velocissime, i solitari hanno tutti un andatura più soft ma mi piace passare lungo il fiume e sotto le piante che riparano dal sole che batte inesorabile e brucia quanti, come me, ha la pelle chiara che si scotta facilmente.
Ormai ho il segno perenne delle maniche della maglia e dei pantaloncini, una specie di tatuaggio che non vuole saperne di andarsene nonostante le esposizioni a sole e qualche lampada per cercare di uniformare tutto e meno male che sono riuscita a far scomparire il segno dei guanti, facevo ridere con le mani bianco latte mentre le braccia sono scure.. o meglio color albicocca, l’abbronzatura dei biondi insomma.
Alla fine del sentiero nel bosco, prima di immettermi sulla sterrata che porta al lungo passaggio sull’argine, c’è uno degli operatori della protezione civile, un ragazzo pressappoco mio coetaneo pelato, con due baffoni alla Umberto di Savoia con tanto di orecchino da pirata che è uno spettacolo!
Ad di la del fatto che è gentilissimo e che per tutte le sei ore, quando passavo di li, mi faceva un sorriso, tant’è che gli ho promesso che all’ultimo giro mi sarei fermata a baciarlo.
Giro dopo giro i chilometri aumentano, la stanchezza anche, la sete non da tregua e mi fermo a bere, mangiare frutta ed a riempire la borraccia, piccole soste di qualche minuto per poi ripartire e riprendere la corsa; fino alle 15 non ho mai guardato la classifica, so che siamo in cinque solitarie femminili, vorrei non essere ultima, il resto non conta più di tanto ma ad un certo punto, non ricordo chi, forse Fruttolo degli Mbo ( perché vende frutta e verdura), mi urla che sono terza ad un giro…
Ed allora decido che la terza posizione non me la porta via nessuno, pedalo il settimo giro, già uno in più di quanto avevo preventivato, cercando di mettercela tutta, di dare tutto quello che mi era rimasto nelle gambe e nella testa, di buttare sui pedali tutta la passione per la vita e questo sport che ho dentro, dedicando ogni pedalata ad un pensiero, ad un sorriso che sarà mio per sempre.
Ed ho potuto farne ancora uno dopo, l’ottavo giro, con fatica perché effettivamente non ne avevo più, guardando il conta chilometri che si avvicinava agli ottanta km macinati e fermandomi per baciare quel ragazzo con i baffoni alla fine del mio ottavo passaggio.
Ne ha sorriso e riso con me, scambiando due parole per un attimo ed incitandomi a ripartire e terminare la gara, cosa che ho fatto, con molta calma, finendo la mia endurance di 6 ore in 5h 59 minuti, con otto giri all’attivo ed in terza posizione.
Certo che se paragonata alla performance della mitica Astrid con i suoi 15 giri dovrei nascondermi ma lei è irraggiungibile, una donna d’acciaio che sfida tutto e tutti vincendo gare durissime e lunghe da matti; accanto a lei sono solo una formica ma mi piace starle accanto.
Una lunga doccia mi trasforma nuovamente in una persona pulita e presentabile, avevo le gambe arancione dalla polvere attaccata addosso e non mi sono guardata in volto ma credo fossi dello stesso colore; capelli umidi ed odorosi di shampoo, la maglia della squadra pulita e via alle premiazioni ed al pasta party seduta in compagnia dei ragazzi dell’Mbo, un boccale di birra alla spina accompagna la pasta e la carne offerta dall’organizzazione a tutti i partecipanti.
Le donne vengono premiate per prime e, quando tocca a me salire sul podio, mi danno una stupenda targa che metterò con le altre sulla libreria in casa, i complimenti e gli applausi, le foto ricordo….
Continuo a dire che smetto, che le gare è ora di lasciarle alle giovani ma è una specie di droga, quella dose di adrenalina che mi fa andare avanti serena, consapevole del fatto che posso ancora farcela, che il fuoco dentro a Ironkate non si è ancora spento e che, in fondo, va bene cosi.
Fino alla prossima.

venerdì 9 settembre 2011

Diavolo Rosso...Grrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr

Siamo o no dei Diavoli Rossi?
Ed allora vi presento Reddy, il compagno di viaggio da qua in avanti.
Occhio a non rompere perchè il forcone buca le chiappe!

Le tentazioni di una figlia

.....Visto il morale ballerino di questi giorni, la mia ragazzina decide di tirar su la mamma con una dose zuccherina e yogurtosa di torta ai lamponi che ADORO!!!!!!!!!!!
C'è anche qualche mirtillo ma i lamponi... I LAMPONIIIIIIIIIIIIIIIIII sono tuttti miei.
Che buona.
Grazie Elsa

martedì 6 settembre 2011

Sola sui pedali

24h Val Rendena 2011

Solitario.
La definizione etimologica sta per “persona sola, incline alla solitudine per scelta”…. Credo si adatti un poco a me in questo periodo ed in particolare per quanto riguarda la mtb.
Scegliere di fare una 24h in solitaria è un po’ come mettere in gioco se stessi contro tutto e tutti, provare a scavalcare i limiti della resistenza fisica e mentale innanzitutto, mettendo a nudo resistenza, allenamento, paure e pensieri, tutto quello che nella vita di ogni giorno è al margine, in queste competizioni diviene primario, principale, al centro di ogni cosa, di ogni singolo minuto.
E se lo sai, perché più volte lo hai fatto e provato, allora diviene un richiamo simile al canto di una sirena, un qualche cosa che spaventa ma attira al contempo, una sfida a cui non vuoi o non sai rinunciare.
E se poi la bellezza dei luoghi e della competizione stessa sono unici, se l’organizzazione fa di tutto per metterti al centro dell’evento in se, beh allora ci vai senza pensarci troppo.
Ho atteso di vedere i turni di lavoro del mese di settembre prima di mandare l’iscrizione, ma già ero pronta giorni prima con la mia casetta su ruote con le cisterne piene, il frigorifero funzionante e tutto quanto potesse servirmi per la trasferta.

Venerdì al lavoro fino alle 17.30, una volata a casa per mettere la bike a bordo, passaggio del portafoglio dalla borsa da lavoro allo zaino e via, verso la tangenziale e la Valle Sabbia seguendo il lago d’Idro fino in Trentino ed il paese di Strembo.
Sono due ore di guida ed arriverò alle 20.30, su per giù l’orario che avevo previsto, parcheggio nell’immenso spazio per camper messo a disposizione dall’organizzazione, ci metto un momento ad attrezzare l’area (tenda, tavolo, sedie, cunei per le ruote) ed è ora di cenare, la fame si fa sentire.
L’accampamento è già pieno di gente, tende, camper, gazebo colorati con i loghi delle varie squadre, vedo facce note e lo scambio dei saluti è la parte più bella dell’incontro.
Tanti si meravigliano del fatto che, stavolta, sia veramente in solitaria, nessun famigliare, nessuno della squadra, sola con me stessa e con i miei pensieri ma forse è meglio cosi.
Un giro a tendone che ospita la serata musicale e, nonostante ci sia la possibilità di cenare li, decido per un piatto di pasta da cucinare sul camper, un pezzo di film alla tv ed a nanna presto.
Appoggio il telefono sul letto mentre ceno, guardo le immagini di un vecchio film poliziesco scorrere sullo schermo e decido di mandare la buona notte a mia figlia ma il mio telefono ha altre idee…. Si è infatti spento e non ci sono storie, non si accende più! E dire che non è scarico, provo a mettere e togliere la batteria più volte ma nulla da fare, morto.
Alla faccia dell’alta tecnologia….
Vado a nanna, guardo il cielo e vedo le stelle dall’oblò superiore, spero restino a brillare lassù visto che le previsioni davano acqua per questo fine settimana.
Mi sono svegliata al mattino dopo alle nove, incredibile quante ore sia riuscita a dormire visto che a casa giro per le stanze tutta notte lottando con un insonnia che mi tormenta da mesi; colazione con calma, una passeggiata fino in centro al municipio per il ritiro del pacco gara e del numero da attaccare alla bike, deviazione fino alla bottega del paesino per l’acquisto delle tre cose che voglio portare a casa e me ne torno al camper per preparare me e la mia Valchiria alla lunga scorrazzata per le stradine della gara.
Alcuni dicono che il percorso è diverso dallo scorso anno, che è più lungo e tecnico, altri che è più corto ma con delle salitone… beh vedrò al momento, non mi passa neppure per l’anticamera del cervello di provarlo, ho 24 ore di tempo per farlo con calma e senza troppa fretta.
Chiedo in prestito il cellulare ad uno dei ragazzi del Team Novagli per fare uno squillo a casa altrimenti mi danno per dispersa e tolgo finalmente la mia cavallina dal gavone, la piazzo sul cavalletto e me la guardo in palese adorazione.. e si, la mia Valchiria è proprio carina, con quell’aria vissuta data dalle ammaccature lasciate dalle cadute, dai graffi sul telaio che la fanno sembrare una vecchia signora come me, ma con stile però!
Si perché sotto la polvere depositata dal tempo batte un cuore da guerriera che pulsa, ama e non dimentica mai un percorso, non smarrisce la strada su di un sentiero e riconosce le tracce lasciate anno dopo anno perché il tempo passa ma i ricordi restano, per sempre.
La lucido, olio alla catena, pulisco i cerchioni e vedo un pezzetto di legno che sembra uscire dal copertone posteriore, accanto al cerchione, cerco di toglierlo ed in un attimo si leva la schiuma dell’ultimo fast messo all’interno del copertone… sembrava nevicasse col fischio!
Cavolo era piantato profondamente nel copertone ed una volta uscitone lascia un taglio di due centimetri che non posso riparare; vado ne panico, ed adesso che faccio?
Ho una marea di pezzi di ricambio, catene, un deragliatore, di tutto ma un copertone no…. Ma uffaaaaaaaa.
Di corsa verso il traguardo dove c’è l’assistenza meccanica, non lo possono riparare e devo cambiare il copertone che non hanno li però.

Sinceramente ho pensato di dover rinunciare alla gara.
Ma sono in debito con quei ragazzi, uno è partito in moto per andare a prendere un copertone che andasse bene, mi hanno cambiato tutto e messa in condizioni di partire, alle 11.50 mi hanno consegnato Valchiria con anche il cambio regolato ed alle 12 ero alla partenza.
Tranquilla però, una specie di calma apparente mi ha presa ed è stata la mia compagna per molte ore.
Essendo sola l’obbiettivo era non farsi del male per poter tornare a casa sulle mie gambe; avevo preparato tutto quanto potesse essermi utile quali borracce, barrette e panini, sistemato tutto sul tavolo sotto la veranda in modo che, dal percorso, potessi uscire ed in pochi metri trovassi tutto quanto mi servisse.
Via che si parte, segui la biga dei ragazzi romani, inizio il lungo giro che ci porterà fino alla fontana di Caderzone e da li in poi il percorso è molto diverso dallo scorso anno, non più sulla ciclabile ma sul ponte fino alla tre rampe in salita sterrate ma anziché salire lungo la strada provinciale che porta a Bocenago, si gira nel campo verso la strada bianca che segue il fiume fino all’altro ponte, strappone in salita sopra la galleria della tangenziale, salita lungo la sterrata fino al campo da golf che non si attraversa quest’anno ma si lambisce, salita sui ciottoli del centro storico fino al vicolo con le scale e ritorno e poi giù sulla lunga discesa nel campo fino alla rampa da fare a tutta altrimenti ti pianti e di nuovo giù fino a quella specie di discesa modello argine che di solito non faccio per paura, sotto un ponte, sterrata lungo il fiume, di nuovo sul ponte, argine e zigzag fino all’arrivo e si riparte.
E si è diverso dallo scorso anno.
L’obbiettivo è quello di fare due giri più dello scorso anno con calma.
Fino alle sette di sera continuo a girare, con calma, senza fermarmi se non per una borraccia da riempire, un piatto di pasta per ripartire con la benzina nelle gambe e la decisione di riposare un poco verso le 22.
Mi ritiro in camper ed ho giusto il tempo di togliermi la maglia bagnata di sudore che sento le prime gocce di pioggia sul tetto.
Faccio al doccia con calma, mi faccio un the caldo e decido di dormire un po’….ma le braccia fanno male, i polsi sono doloranti per le vibrazioni della bici in discesa lungo quei campi; a furia di passare centinaia di volte, le ruote artigliate hanno scavato solchi e piccole buche che fanno vibrare le bici in velocità…..non si dorme insomma.
Ma girare di notte con la pioggia è un'altra storia.
La polvere si è posata, questo si, ma devi indovinare la scia lasciata da altre bici, quel vedo non vedo che rende tutto più complicato e speri che nel frattempo non sia caduta una borraccia o che una radice, a furia di passarci sopra, non sia affiorata rendendo il percorso infido.
Ed allora, dopo essere scesa lungo la zampetta che porta sulla strada sterrata che porta al ponte ed aver sentito la ruota dietro scodare ed aver salvato capre e cavoli all’ultimo secondo, decido che di notte vado a riposare, e se ne riparla domattina.
Ma il sonno non arriva e sentirò la musica della festa nel tendone tutta notte ed alle sei dei mattino mi preparo una minestra calda con pane e formaggio, un caffè e riparto nell’alba fresca e nuvolosa.
Ma la fortuna ci ha sorriso….il tempo tiene e solo qualche goccia una volta ogni tanto verrà a raffreddare le braccia.
Saranno molte le volte in cui mi fermerò al ristoro per un caffé, e molte saranno le volte in cui mi fermerò ad accettare il caffé di un ragazzo che fa assistenza a Mister Titti lungo il percorso; mi offrirà anche brioche e biscotti in verità ma ho sempre declinato l’offerta.
Poco alla volta la mattina scorre ed è quasi mezzogiorno.
Lorenza Menapace si è ritirata dalla competizione cosi come Sandra Lever e mi dispiace saperlo; Astrid de Rosa sarà la vincitrice di categoria con un numero di km impressionante nelle gambe, 400 circa.
L’ultimo giro lo farò con Anna Facchi, nuova reginetta dell’endurance nazionale, terza con 350 km all’attivo, un sorriso disarmante d una simpatia contagiosa, taglierò il traguardo con lei con le lacrime agli occhi, stanchezza, felicità, consapevolezza, orgogliosa di aver terminato una gara lunga e dura e di aver macinato 278 km.
Forse accanto ai numeri di altre ragazze è una piccolezza ma io ho fatto quanto mi sono sentita di fare, senza sforzi sovrumani ma senza mollare perché questo è ciò che sono.
La doccia lava fatica e polvere, il piatto di pasta toglie una fame che in fondo non c’è, le premiazioni ti danno quell’attimo di gloria sul palco che non sempre cerco ma che resterà nelle foto e nella memoria con u piacevole sorriso.
Si deve tornare a casa ora.
Poco alla volta il campo si svuota e sotto un acqua torrenziale parto; poco dopo sarò ferma lungo la strada per un brutto incidente occorso ad uno dei partecipanti alla gara, forse la velocità sull’asfalto bagnato o forse ancora l’incoscienza, fatto sta che mi spiace vedere le bici a lato strada deformate dalla botta, un carrello staccato e ribaltato e le due macchine scontratesi frontalmente, mi fa male pensare che fino a poc’anzi quel ragazzo era in sella sorridente seppur stanco ed ora è li, ferito… ma non quelle ferite che noi biker chiamiamo medaglie, tutt’altro purtroppo.
Ci fanno deviare lungo una strada laterale e poi si riparte.

Sembra che questo temporale non dia tregua e lungo le sponde del lago d’Idro si va a 30 all’ora, non di più. E sulle coste verso Odolo e Nave sarà ancora peggio, con un fiume d’acqua arancione piena di detriti che scende lungo la discesa ed i tornanti, rendendo non certo facile la guida alle piccole auto che mi precedono mentre il mio camper, ingombrante quanto vuoi ma pesante 4 tonnellate, fende il fiume d’acqua senza grossi problemi se non le mie paure di non riuscire a tenerlo in strada, stanca da matti e con tanto sonno arretrato.
Ma presto sarò verso la città e da li verso casa lungo la tangenziale, mentre mi lascio alle spalle la pioggia e la mia lunga cavalcata in sella.
Ogni volta sembra che sia passato un solo attimo dalla partenza al ritorno e mentre son li, a togliere divise sporche e bike dal camper per riporre e lavare tutto, i pensieri immancabilmente vanno a ieri, alla gara, a quel poco che magari avrei potuto fare in più o forse in meno, a quanto mi sarebbe piaciuto avere qualcuno accanto che pedalasse con me o solo a farmi un sorriso quando mi fermavo per riposare ma non è cosi purtroppo.
Solitari si nasce o lo si diventa, nella vita o sui pedali e diventa una scelta semplicemente perché non puoi far diversamente.
Ora sto guardando le previsioni del tempo per il prossimo fine settimana, c’è un'altra piccola endurance poco lontana da casa, ho già calcolato la rotta per il mio navigatore ed il mio “bestione” su ruote, in un ora e mezza sarò la…..

giovedì 25 agosto 2011

Il sentiero del Camos – Cai n.2 dell’Adamello


Una la penso tre le faccio ed intanto ne stò studiando altre sette o otto.
Che volessi fare meno gare questa stagione era chiaro, che non riesca a rinunciare alla mia mtb d’accordo ma che mi cacci sempre in situazioni poco ortodosse è il colmo.
Credo che stavolta Dado si sia stufato alla grande con me, dalle sette del mattino alle nove di sera, un disastro di giornata che basta.
Cominciamo dall’inizio.
Decidiamo di andare in Valle Canonica e di arrivare a Ponte di legno e seguire uno dei percorsi da mtb indicati dalla cartina dell’Adamello Bike Arena, il Camos n. 7 per la precisione, anche sein verità il fatto che venga indicato come “nero” mi preoccupa non poco.
Dobbiamo arrivare al Rifugio Bozzi e da lassù scendere alla Tonalina per il sentiero del Cai n. 2, pietraia all’inizio e sentiero poi, per terminare con una strada militare fino a valle.
1300 metri di dislivello in poco più di 13 km, una bella arrampicata, altro che!
Comunque via che si parte, ho due giorni di riposo di seguito per cui, male che vada, riposo domani tutto il giorno.
Alle nove siamo a Ponte di legno, parcheggiamo vicino alla pista di pattinaggio, caffé e brioche e siamo pressoché pronti alla partenza.
La cartina la studiamo bene mentre sgranocchiamo il dolce, la strada è ben impressa nella mente e via in sella con lo zaino in spalla.
Mi porto sempre un cambio a manica lunga, si sa mai, ed il minimo indispensabile per un eventuale guasto meccanico base, tipo forature etc., una bottiglietta d’olio per catena ed un fast in piu oltre che ad una camera d’aria ed alla pompa; Dado ride ma ognuno ha le proprie manie.
Preferisco riportarmi a casa tutto che aver bisogno e non poter riparare una semplice foratura.
Si sale lungo la strada per Pezzo, un paesino talmente arroccato che trovare un metro quadro in piano è praticamente impossibile.
Asfalto all’inizio su per una ripidissima salita, sterrato poco dopo per tre tornanti da cui si vede la strada che sale al Passo del Gavia ed i molti ciclisti su strada che lo stanno affrontando; ecco che si esce sulla strada stretta che porta in paese, si sale con una pendenza media del 12% e, quando la strada diventa di ciottoli la pendenza sembra farsi ancora più importante, io scendo dalla bicicletta mentre Dado riesce a stare insella fino alla chiesa e mi aspetta.
Vedo una fontana e decido di riempire la borraccia in vista delle salite che ci saranno tra non molto; è una strana abitudine che ho preso anni fa quando, in una gita al limite delle mie risorse, rimasi senza liquidi e scoprii cosi che la disidratazione fa più danni della stanchezza.
Borraccia piena e si sale per un ultimo pezzo; arriviamo di fronte ad una croce che ha appeso degli strani simboli: tre dadi, una mano e dei fiori.
Ovviamente la foto di Dado sotto i dadi è d’obbligo.
Da li si segue un lungo sentiero con le indicazioni per case di Viso, uno stupendo sentiero in erba che passa a lato di un torrente, passiamo sopra un ponte per accedere alla parte opposta della valle e si continua a salire lungo una strada sterrata.
Siamo a lato di un pascolo dove una piccola mandria di mucche pascola tranquilla con i campanacci al collo…. Tutte tranne una, più lontana dalle altre, visibilmente in difficoltà… zoppica con la zampa posteriore destra, sembra ferita… chissà cosa le è successo!
Al lupo al lupo……oppure un orso… o semplicemente una zoppia dovuta ad una caduta che ne so.. sta di fatto che lo dico al malghese poco più avanti e mi ringrazia.
Si continua ed ecco Case di Viso.
È bellissimo questo paesino, sembra di essere fermi al secolo passato se non fosse per le macchine che vanno su e giù e sollevano un polverone dell’accidenti… ma in montagna non ci si viene a piedi? Noooooooooo tutti col Suv cribbio.
Ed avanti ed indietro come se da questo dipendesse la sopravvivenza della specie umana.
Bah.
Arrivati davanti al rifugio ci fermiamo, caffé e brioche per Dado, panino e coca cola per me.
E prima di ripartire bottiglietta di grappa ai mirtilli da tenere nello zaino per la Sindrome del San Bernardo, si sa mai che succede lassù.
Si riparte verso la lunga salita fino al parcheggio delle auto che segnala fine della strada percorribile con i motori, da li in poi avanti a forza umana e null’altro, salvo emergenze.
Riempio di nuovo la borraccia alla fontana ed iniziamo a salire verso il rifugio Bozzi ed il Montozzo.
Per un po’ vado ma poi, non ne capisco mai il motivo, mi viene un attacco di paura e cominciano i guai.
Ormai convivo con le vertigini da tempo ma, come già detto, ultimamente sembra che il problema si sia accentuato notevolmente e non so più che pesci pigliare. Cosi, di punto in bianco, basta guardare una discesa un pò più scoscesa delle altre e mi ritrovo ad avere il fiato corto ed il cuore che scoppia.
Mi trasformo in una donna dalle gambe di gelatina, panico assoluto… dura qualche minuto, devo proprio mettercela tutta per riprendere a respirare normalmente ma costa fatica, tanta fatica resto stravolta da una stanchezza interiore che mi sega le gambe.
E cosi è stato.
Non sono più riuscita a salire in sella fino in cima, ho spinto la bici per gli ultimi tre chilometri, scivolando sugli attacchi metallici delle scarpe da ciclista, faticando da matti.
Dado ha cercato in ogni modo di consolarmi e di aiutarmi nei momenti peggiori, arrivando fino al punto di chiedermi se volevo tornare giù, dandomi pezzetti di cioccolata e facendomi parlare per non farmi pensare ma non è servito a molto purtroppo.
Abbiamo incontrato un sacco di gente che scendeva dal rifugio verso valle e tra di loro Nadia Tosi con cui mi sono fermata a chiacchierare per un attimo.
Da li in poi sono riuscita risalire in sella, forse perché effettivamente avevo pensato ad altro e sono arrivata ai piedi del Rifugio.
Dado era già la ad aspettarmi.
Faceva freddo o almeno cosi sembrava a me, ma credo che fosse solo il vento che asciugava il sudore che impregnava la mia maglia; un cambio veloce e maglia a manica lunga, si mangia di fuori, il panorama lo merita assolutamente.
Il Montozzo da un lato, le vecchie trincee della guerra bianca degli alpini dall’altro, il sentiero che sale verso il Passo dei Contrabbandieri…..che bello lassù!
Un piatto di asta al pomodoro per me, pasta alla lepre per l’omone, pane morbido e caffè.
E naturalmente la maglia ricordo del rifugio da portare a casa.
Ed ora si decide da dove scendere a valle.
Io sono sinceramente cotta ma Dado insiste sul sentiero del Cai ed io cedo alle sue richieste con un certo timore.. che purtroppo avrei dovuto ascoltare.
La descrizione del percorso da un km circa di pietraia, quattro km di single track e strada militare come parte finale….
Il chilometro nella pietraia segna Dado che fa un volo dell’accidenti, i quattro chilometri di single track segnano me con le crisi di panico ed un paio di voli da brivido;
riempio la borraccia ad ogni ruscello, sento la pelle tirare sotto i raggi cocenti del sole ed il viso arrossato del mio compagno di viaggio danno l’idea di come debba essere anche il mio… pazienza. La crema solare si è sciolta da tempo ormai e la discesa è lenta.
Troppo lenta.
Quando arriviamo sui prati a strapiombo su Ponte di Legno sono stracotta, parlo a vanvera ed ondeggio, credo di essere disidratata e per quanto ad ogni ruscello io beva, non riesco più ad integrare.
Poi naturalmente ci si mette anche l’avventatezza data dal pensare una cosa e farne un'altra per cui cerco di tagliare il percorso per non farmi attendere troppo e finisco diritta nella buca di una tana di marmotte che sento fischiare da un bel po!
Eh cavolo che botta però.
Finalmente il tetto di una casa in lontananza, se c’è una casa ci sarà sicuramente una strada e se c’è una strada si scende più velocemente; il problema però è che le mie gambe hanno deciso che basta! Stop! Non se ne parla! E resto piantata li a mezza costa, non vado ne avanti ne indietro, le anche bloccate, le ginocchia doloranti e le gambe che non vanno da nessuna parte.
Ad un certo punto incrocio una jeep e mi fanno una battuta…..ero talmente sconvolta che non sono riuscita a chiedere un passaggio fino a valle, non riuscivo a parlare.
Dado va avanti ed indietro, cerca di confortarmi e per la prima volta nella mia lunga vita in sella ho pensato di chiedere aiuto, venite a prendermi altrimenti non vado più a casa.
Finalmente sono riuscita a salire in sella, a scendere per qualche chilometro ed arrivare in un posto che i era vagamente famigliare: la casa della maestra Rosy!
Anni fa, quando mia figlia era alle elementari, fu invitata da una sua insegnante qua in valle come ospite a casa sua, una vecchia cascina ristrutturata; io venni da Iseo fin quassù in bike e tornai a casa per un totale di 214 km tra andata e ritorno.
Ora sono una vecchia polenta che non riesce a scendere a valle da un sentiero troppo esposto.
Che rabbia.
Sto decisamente invecchiando cavolo, devo iniziare a scendere a patti con la realtà.
Da li un tecnico sentiero mi porta giù fino alla strada fatta alla partenza, quella che porta al Passo del Gavia e da li in paese fino al parcheggio.
Sono talmente stanca che anche solo togliere le scarpe e cambiare la maglia sembra un impresa titanica.
Un a rapida sosta al bar per una piadina ed un paio di litri d’acqua per poi ripartire verso casa; avevamo pensato di essere ad Iseo verso le 16, ci arriveremo verso le 21.
Mia figlia è arrabbiatissima ed ha ragione, non avevo avvisato del ritardo, la porto alla festa da una compagna di studi e torno a casa per una lunga doccia. Non ho un pezzo di corpo che non faccia male, le botte si sentono e la schiena sembra spezzarsi ogni qual volta faccia un movimento brusco.
Posso dire di aver decisamente mal valutato sia la difficoltà che il dislivello di quanto fatto oggi e di aver pagato molto caramente questa leggerezza.
Sono passati tre giorni e la schiena è ancora dolorante, solo oggi ho riconquistato un’idratazione ottimale ed inizio a star bene….ed il mio amico-compagno pedalatore mi ha “ordinato” una settimana di riposo.
Magari una settimana no ma 3 o 4 giorni di sicuro.. poi vediamo ok?

Poi chissà dove andrò la prossima volta….

domenica 21 agosto 2011

Jungle raid lungo l'Oglio

Domenica mattina al lavoro, un caldo che sembra sciogliere l'asfalto ma all'una e mezza stacco e via a casa.
Una fame da lupo ma mi sbrano solo mezzo melone bianco, preparo la borraccia ed alle 16, puntuale come un orologio svizzero ecco che Dado suona al campanello.. e via che si parte!
Ciclabile dell'Oglio fino a Palazzolo, deviazione lungo la spiaggia dove tutti son stesi al sole e noi a far lo slalom in mezzo ai bagnanti... alcuni fanno i tuffi vestiti!
Bah de gustibus... alla fine della spiaggia un terrapieno, due scalette e la bike a spalla e via lungo un sentierino alla cui destra scorre l'Oglio ed a sinistra uno dei tanti canali della zona.
A volte ci sono le vasche di chiusa con le cascate, insomma un sentiero tecnico su di una culma tipo U rovesciata con radici e sassi, se non stai all'occhio cadi nel fiume e di la nel canale ma almeno non ci si fa male a cadere nell'acqua..anzi con sto caldo!
Pero' siamo all'ombra, nessun insetto, acqua corrente e cascate rinfrescano e dopo quasi 40 minuti sbuchiamo in una radura dove decine di persone fanno picnic stese al sole o sotto le piante.
Che bello!
Cocacola e panino al bar e ritorno via ciclabile ufficiale senza deviazioni stavolta, 43 km in due ore e mezza di una caldissima domenica di fine agosto.
E davanti ad una pizza come cena si decide cosa fare martedi.... hehehe! Altra storia.

domenica 14 agosto 2011

50 candele, 50 berette, 50 anni.....

Visto che sono diventata ufficialmente una vecchia signora stamattina alle sei sono partita in bici, mi sono fatta due volte la Gimondi bassa ed una volta la vignalonga edizione uno e fa niente se ieri sera, in un uscita per colline franciacortine, mi è venuto un attacco di auto commiserazione piagnucolosa, le rughe non le ho ( il cicio le riempie), sto abbastanza bene a parte quando cado dai ponti e mi riempio di botte che sembro tritata da un tir, i capelli bianchi li nascondono quelli biondi per cui fanculo la carta d'identità!
Sono ancora innamorata di millesettecentoquarentanove robe, musica, tacchi a spilli, harley davidson, libri, tramonti etc. etc, farei carte false per un patato che non posso avere per cui avanti cosi Kathy, chi mi ama mi segua, chi mi odia giri la testa di lato quando passo, chi mi vuol bene  per mille motivi mi faccia un sorriso e non mi neghi un abbraccio quando ho le paturnie.

venerdì 12 agosto 2011

Sei Passi e la sindrome del San Bernardo!



Bella storia anzi no, bella pedalata altro chè!
Il tutto è cominciato quando, tempo fa, mi arriva in biglietteria Iveta, bellissima ciclista/ciaspolatrice che lavora all’Esselunga vicina a casa che mi porta in regalo una guida di percorsi in Mtb in giro per l’Italia.
Sfogliandola trovo il percorso fatto circa un mese fa fino alle fonti dell’Adda nel parco dello Stelvio in compagnia di Dado ed Alberto; da quel giorno ci siamo ritrovati più volte a pensare a come organizzare una due giorni a zonzo per questi sentieri e prova e riprova sono riuscita ad avere due giorni di riposo di seguito in turno per cui, calendario alla mano, ci siamo organizzati questa piccola vacanza pedalata.
Coinvolti Dante come autista ed Elsa come assistente, eccoci alle sei di martedì mattina in partenza alla volta del passo dell’Aprica con destinazione Bormio.
Conosciamo la cartina a memoria, abbiamo pianificato tutto il percorso e se tutto va bene in 5 ore saremo a Livigno passando per un paio di passi a 2300 metri nel Parco Nazionale dello Stelvio.
Da Bormio, dopo aver controllato bike e zaini e fatto gli scongiuri per il tempo, partiamo in salita lungo la ciclabile che porta a Premadio e da li, dopo una pausa caffé praticamente dopo 10 minuti allo stesso bar della volta scorsa, imbocchiamo la salita che porta al lago di Cancano ed alle torri di Fraele con Dado che urla “ e qua inizia l’avventura dei nostri eroi…”; ed infatti inizia la nostra lunga avventura, in salita lungo i 23 tornanti che portano fino in cima, 13 chilometri di salita che mi mettono in crisi di brutto ma non per la pendenza ma per l’esposizione dei tratti senza parapetto… soffro di vertigine da anni ma ultimamente la cosa sembra essere peggiorata di brutto ed ho pauraaaaaaaaaa cristooooooooooooo!
Piano piano salgo, cerco di stare lontana dai bordi strada e guardo le torri dal basso, Dado va avanti poi mi aspetta e poi riparte, che pazienza che deve avere con me!
Eh gli amici veri…
Da lontano vedo dei puntolini colorati sulla parete di roccia a strapiombo, sono dei ragazzi che, sulla palestra di roccia, sembrano dei ragni appesi.. mi vengono i brividi a guardarli, non riesco nemmeno ad immaginare come ci si sente lassù attaccati ad una corda.
Ci saranno 11 minuti di differenza tra la mia ascesa e quella di Dado ma più di cosi non posso fare per cui va bene lo stesso; da li in poi, fino al lago delle Scale, un susseguirsi di pedalate e chiacchiere guardando il panorama e schivando le decine di pedoni che si sono dati appuntamento quassù in questa settimana d’agosto.
Il cielo è di un azzurro terso ma il freddo è davvero intenso, meno male che mi sono infilata la giacca anti-vento, ho le braccia gelate; solamente la schiena, dove lo zaino fa attrito, è calda, il resto del corpo, gambe a parte naturalmente, è gelato!”
Arriviamo al rifugio di San Giacomo dopo aver costeggiato il lago di Cancano e parte del lago di S. Giacomo, ci fermiamo per un piatto di pasta calda ed un thè.
Siamo congelati.
Il sole va e viene continuamente e quando sparisce dietro qualche nuvola la temperatura sembra scendere di almeno 10 gradi di botto, il the è un vero toccasana.
Il rifugio è pieno di gente e siamo piazzati accanto alla porta che, aprendosi e chiudendosi in continuazione, ci fa gelare le gambe….se poi qualche signora con uno di quei cani da borsetta che sembra un topo, tutta smorfiosa perchè “ …ma qua avranno l’acqua Perrier perché io l’altra non la bevo…”si pianta sulla porta tenendola aperta allora due madonne gliele mando di sicuro!
Mancava solo avesse anche i tacchi a spillo! Si lo so che li porto anche io ma non mi pare il caso di andare in escursione in montagna con la camicia di Chanel e la borsa Luis Vuitton e le ciglia finte…..e poi sono io quella strana che va in giro in bike!
Chiediamo il conto e mi viene un attacco della famosissima Sindrome del San Bernardo: quella che ti fa pensare.. e se resto bloccata tra le montagne ed ho freddo come faccio? Una grappa o un liquorino magari aiuta… e due bottigliette da un quarto di Bombardino montanaro finiscono come per magia negli zaini, si sa mai che possano servire.
Ripartiamo alla volta del Passo di Fraele, una lunga salita nel bosco a tornanti, e tra una pianta e l’altra, quando riuscivo a sollevare lo sguardo senza fiato, vedevo dei porcini da paura… peccato non avere ne tempo ne lo spazio nello zaino…..pero sono nel Parco, credo sia illegale raccogliere qualunque cosa, comunque sia i funghi erano bellissimi.
Di tanto in tanto incontravamo altri ciclisti che scendevano dal paso, zaino in spalla e più di una volta ho rivisto le scene di qualche film, con i contrabbandieri che portavano di qua qualunque cosa, magari non in bici ma a dorso di mulo od a cavallo ma mi sa che tra un po’, con i prezzi che hanno raggiunto le sigarette in Italia, rivedremo questi personaggi valicare il confine magari proprio in bicicletta, in fin dei conti è ecologica, non fa rumore, l’unico carburante che serve è un piatto di pasta e delle gambe buone in vece del motore.
Si sale in quota e la vegetazione diventa sempre più rada, poco alla volta il terreno diventa spoglio ma lo spettacolo dei colori della montagna è unico, le sfumature che la roccia assume diventa dominante con decine e decine di grigi, marroni, bianchi…bellissimo!
Il sentiero si stringe e spesso capita di incrociare letteralmente qualche vacca al pascolo che tranquillamente sul sentiero di certo non ci lascia il passo… anzi ci guarda con quegli occhioni languidi e non sai bene cosa fare; io almeno non sapevo bene come comportarmi, se le vado addosso con la bike, capirà da sola che non sono pericolosa?
Se poi magari lasciassero qualche torta in meno in mezzo al sentiero sarebbe meglio, quanto meno per quando arriveremo a Livigno e dovrò rimettere la bike nel gavone del camper, sai che profumino altrimenti.
Ad un segnavia ci sono due ragazzi fermi che tentano di fare conversazione con Dado che, sempre avanti a me di 200/300 metri è la che gesticola e mi fa segno di raggiungerlo: tedeschi alla ricerca di non so bene quale lago e dalla nostra cartina risultano decisamente fuori strada.
Ci chiedono dove abbiamo preso la nostra di cartina, cosi ben dettagliata e quando gli diciamo che l’abbiamo presa in un bar, in regalo, restano un poco male….la loro è una guida dal nome altisonante ma molto meno chiara, di sicuro più cara, quello è certo!
Scambiamo due pezzi di cioccolata, anche quella miracolosamente apparsa negli zaini dopo la sosta al rifugio, un ciao internazionale e via che si riparte.
Qualche goccia di pioggia giusto il tempo di farci preoccupare ed ecco che esce il sole nuovamente; appare il lago Alpisella alla nostra sinistra e siamo al passo, si inizia a scendere finalmente.
Giusy, una compagna di squadra, mi aveva avvisata sul percorso scelto, dicendomi di stare attenda alla discesa al “lag del gat” ovvero sia il lago di Livigno, strada bella ma molto esposta ed in effetti è cosi, alcuni pezzi riesco a farli in sella ma poi, quando a lato vedo lo strapiombo sulla valle sottostante, decido di scendere a piedi.
Dado ne approfitta per fumare una sigaretta ogni qual volta si ferma ad aspettare e vedo che in fondo non brontola più di tanto… credo che anche per lui alcuni pezzi siano stati da brivido!
Ad un certo punto scendono dietro a noi 4 ragazzi, armati di zaini enormi, torce sulle bici, tendina.. quelli che, qualunque cosa succeda, si fermano nei boschi a dormire, attrezzati con tutto quanto serve per una notte all’addiaccio… che bella l’avventura però!
Ad un certo punto Dado, che era andato avanti un pezzo, inizia a chiamarmi ed a ridere come un matto.. al momento ho pensato che fosse caduto, che gli fosse caduta la bike di sotto che ne so… invece rideva perché non sapeva come dirmi che, dietro la curva avrei trovato il primo vero ostacolo della nostra avventura… una specie di ponte tibetano sul salto di una cascatella, assi e tronchi tenuti assieme da del fil di ferro arrugginito… mi sono venuti i capelli grigi!
E lui che rideva.
Non vi dico i numeri cinesi per passare oltre senza farmi venire un infarto fulminante.
E da li in poi il sentiero, una striscia di roccia attaccata alla scarpata con qualche ruscello che cadeva giù una volta ogni tanto, mi ha fatto venire la tremarella alle gambe, alla pancia e se non son morta di paura li non muoio più… o quasi!
Ma poi sono arrivata in fondo ed ecco che il sentiero diventa più largo, vinco la paura e salgo in sella e fedele come un destriero la mia Valchiria mi porta a valle fino al rifugio che segna la fine della discesa.
Da li si intravede il lago e poco dopo siamo sulla ciclabile che porta in centro al paese e verso la zona dei campeggi per camper dove Dante ed Elsa aspettano il nostro arrivo; sono le 16.45 ed eravamo partiti alle 11.20 da Bormio, tutto considerato non male dai.
Ci battiamo il cinque come due ragazzini, una parte della nostra “eroica impresa” è compiuta, ora possiamo rilassarci e riposare qualche ora decidendo sul cosa e come fare per il ritorno domani.
Il B & B di Dado è poco lontano, peccato che sia in cima ad una lunga salita e mi ringhia non poco quando cap9sce fin dove deve pedalare ancora prima della meritata doccia….
Tutto ripagato dalla sontuosa cena che ci regaleremo poco più tardi, pizzoccheri e cervo in umido con polenta e per chiudere in bellezza, torta di mele con la panna.
Ce lo siamo meritato!
A nanna ora ma la notte sarà un lungo girarsi e rigirarsi nel letto con la pioggia a farmi compagnia; forse sono solo troppo stanca sta di fatto che l’alba arriva e mi trova a guardar fuori dal finestrino del camper per veder fin dove la neve caduta nella notte ha coperto i prati montani… chissà se la troveremo lungo la strada del ritorno.
Alle nove, puntuale, Dado arriva al camper già pronto per la partenza ma lo sento chiacchierare e visto che siamo lontano da casa mi chiedo con chi… ed ecco che il mondo è davvero piccolo qualche volta tant’è che accanto a nostro camper stanno due ragazzi di Iseo con cui chiacchieriamo mezz’ora prima di deciderci a ripartire per la conclusione di questo lungo viaggio in sella.
Ieri sera abbiamo deciso di fare una strada alternativa evitando la lunga salita al Foscagno su asfalto e cercando di fare solo sterrati, più adatti alle nostre ruote artigliate ed ai nostri gusti: si sale al monte Mottolino fino al Bike Park con la cabinovia, delle uova bianche giganti che portano persone e bici fino a 2200 metri di altezza e da lassù continuare verso valle.
Che vista spettacolare!
Mi sono seduta su di una panchina col fondoschiena praticamente nella neve pur di guardare tutto quel ben di Dio.
Un paradiso nel vero senso della parola.
Ed ora si scende per un pezzo lungo le piste di discesa disegnate per il Bike Park, alcuni pezzi mi fanno sinceramente paura con tutti quei salti e scendo, un po’ di traverso, un po’ sul prato, a zig zag…se ho paura non so che farci ma sinceramente in alcuni punti sono terrorizzata.
Arriverò in fondo con le mani blu dal freddo e le spalle rotte dalla stanchezza, le gambe oggi non carburano giuste e sono solo all’inizio…
Al Passo Eire ci fermiamo per una ulteriore dose di caffeina e due informazioni sul sentiero migliore da fare; un barista gentile spiega a Dado come e dove girare per fare meno fatica…..secondo lui! Va beh si inizia prima a scendere verso Trepalle e poi a salire lungo la strada che porta al Foscagno, al distributore di prende un sentiero ed ecco i segnavia che ci hanno indicato la strada tutto ieri.
Si sale, tanto si sale, uno stretto sentiero che a lato ha il bosco ma, poco alla volta la pendenza aumenta ed il bosco sparisce ed arrivo in cima arrancando in sella, curva setta a destra e non vedo oltre, la prendo larga e…….ed inizia il mio incubo peggiore!
Mi trovo davanti alle ruote della bike il vuoto sulla valle sottostante.
Non so come ho fatto a girarmi, so solo che mi sono trovata aggrappata sulla roccia con le unghie che si spezzavano, il cuore in gola e il terrore puro che mi annebbiava la vista e la ragione.
Non ricordo molto di quel momento se non le parole di Dado che mi ha presa per mano e staccata dalla parete di roccia a mi ha guidata fino a dove uno slargo del sentiero mi dava la possibilità di sedere, ha portatole bike a spalla fino lassù e poi è venuto a prendermi.
Quando avevo degli sprazzi di chiaro in quel buoi assoluto dettato dalla paura mi sentivo meschina, mi vergognavo e non facevo che scusarmi ma credo che abbia capito che in quegli attimi non ero in me.
E dire che ho volato per anni in parapendio, cercando di esorcizzare questa irrazionale paura del vuoto ma non è la stessa cosa il volo libero e la sensazione di cadere da un dirupo.
Continuerò a dirlo per molto tempo, è stato un giro fantastico ma quel pezzo non lo rifarei neppure pagata per farlo!
Siamo arrivati in fondo, un altro ruscello da guadare ed un piccolo ponte in legno da passare, un attimo di riposo con un pezzo di cioccolata ed un goccio di quel Bombardino che serviva per il gelo delle montagne.. mai stata miglior medicina.
I cartelli segnavia indicano il percorso permanete della Pedaleda, una mitica gara di mtb con partenza ed arrivo a Livigno ma mi sono spesso domandata come sia possibile fare certe salite in bicicletta se si fa fatica a farle a piedi…si perché ci si è parata davanti una parete segnata da una traccia di sentiero e quelli che la facevano a piedi facevano fatica, non ti dico io come ho fatto a salire con la mia Valchiria in spalla.
Da li in poi un continuo saliscendi fino al passo Trela a 2300 metri di altezza, il fiato corto per la stanchezza sia di ieri che di oggi, per le emozioni e magari perché quassù respirare sotto sforzo è più faticoso che altrove.
Il tempo sembra scorrere al rallentatore, abbiamo fame e siamo stanchi ma si deve continuare e ben presto vediamo più gente lungo il sentiero ed ecco, finalmente, il rifugio Trela.
Tantissima gente si è radunata quassù per pranzare in quota, ci sono bambini che giocano al pallone, gente a cavallo ed altri che prendono il sole;: ci sediamo nell’erba per riposare, bere una borraccia di acqua e mangiare una barretta energetica, ci aspetta la discesa fino al lago ed anche qua io la farò a piedi tenendo stretta la mia bike come una stampella cercando di non guardare verso il basso ed il dirupo che cosi prepotentemente attira il mio sguardo e che mi spaventa.
Dado scende e mi aspetterà a valle, io vado piano fin quando non me la sentirò di saltare in sella e continuare pedalando.
C’è parecchia gente lungo la strada e tra queste una coppia che non dimenticherò facilmente: un papà con il figlio nello zainetto che urlava terrorizzato e la mamma accanto che teneva la mano del bambino.
Il padre ad urlare continuamente al figlio e la signora a cercare di calmate entrambi.
E poi vede me e credo per una forma di cortesia mi chiede come va, se sono riuscita a salire fin lassù in bici come mai non riesco a scendere ed ecco che l’orango racchiuso nel corpo del marito si ribella ed inizia a ricoprirla di insulti,.. e perché parli con gli sconosciuti, e che c***o mi frega di sapere come ha fatto a salire e tu non parli se non te lo dico io stronza….. e cosi via dicendo…
Se non gli sono volata addosso è perché avevo dei seri problemi di equilibrio altrimenti lo tritavo di botte sto cretino dall’ormone ballerino!
Ma che gente c’è in giro dico io e perché diavolo se li sposano certi elementi alcune ragazze proprio non lo capisco. Ma tirate loro in testa un ferro da stiro e bon.
Arrivo ad un certo punto e salto in sella perché mi sembrava più alla mia portata, scendo per un bel pezzo anche abbastanza allegra, da lontano vedo un passaggio pieno di pietra e passo anche quello indenne, da lontano vedo un ponte di legno con Dado sopra che mi aspetta, faccio due pedalate in più per prendere velocità visto che è in leggera salita e non so bene come mai ma mi sento catapultare il sedere verso l’alto, mollo il manubrio e mi ritrovo ad afferrare la sponda del ponte con le mani ed un secondo dopo volo giù dal ponte con la bici ancora attaccata alle scarpe!
Una legnata pazzesca alle schiena sulle rocce sottostanti e se mi chiedete come mai nons sono finita in acqua e che non lo so ma ho visto tutte le stelle del firmamento conosciuto e quelle che non hanno ancora scoperto!
Dado che corre come un matto a soccorrermi, controlla che sia tutta intera e poi scoppiamo a ridere e piangere come due scemi dell’asilo infantile.
Mamma che volo.
E meno male che le gambe le porto coperte e le spalle anche e la schiena stà ben nascosta dalla camicia, ho dei lividi da paura.
Senza contare quello sulla fronte che tengo nascosto con un ciuffo di riccioli.
Mano male che siamo in fondo e che ora è una passeggiata.
Al rifugio ci fermiamo per un panino con le ragazze che ci chiedono da quanti giorni siamo in giro, un caffé e piano piano torniamo verso le torri di Fraele e la lunga discesa a valle fino al parcheggio di Premadio dove ci aspettano.
Mentre costeggiavamo la diga tra i due laghi gemelli mi sento chiamare da un gruppo di ciclisti che ci hanno appena incrociato: è uno dei ragazzi che incontro sempre alle 24h endurance in giro per l’Italia; ci consiglia di non scendere per le torri ma per Bosco Piano…..non seguiremo il suo consiglio, siamo entrambi stanchi e decidiamo di scendere per la strada asfaltata e non per sentieri nel bosco.
Un tornante dietro l’altro, lentamente, con le spalle indolenzite e la schiena dolorante, cercando di non guardare giù ma passa in fretta ed ecco la statale ed il paesino da cui eravamo partiti due giorni fa.
Uno accanto all’altra, in silenzio, guardiamo verso l’alto e poi sorridendo una pacca sulle spalle, ce l’’abbiamo fatta.
Compagni di pedalate e d’avventura per quella che agli occhi di tanti è stata di sicuro una mezza follia ma per noi era un percorso da fare e da ricordare magari davanti ad un aperitivo al bar con gli amici o alla cena di fine anno con la squadra.
Nessun premio se non le immagini che restano nella testa e le foto fatte per ricordare quando quelle immagini inizieranno a sbiadire.
Sei passi in due giorni posso sembrare una mezza follia specialmente in mountain bike….
Ma tutto questo si chiama passione nonostante i graffi ed i lividi e la stanchezza.
Il resto è solo quotidianità, giornate sempre uguali con poche emozioni.
Io so che queste giornate, per poche che siano nell’arco di un anno, sono il sale della mia vita; la noia delle cose sempre uguali, del fare perché si deve lo lascio ad altri.
Io voglio vivere di emozioni e se queste comportano qualche graffio beh pazienza, vorrà dire che ho vissuto intensamente.

giovedì 4 agosto 2011

In notturna a trovar funghi

2 agosto, un caldo che te lo raccomando e sono qua, alle 4 del pomeriggio , ad attacar fanaleria varia alla mia mtb.
Tra le email arrivate nei giorni scorsi c’era quella di Dario Sbardo che ci invitava a questa notturna, una classica di mezza estate per noi del gruppo ruote grasse G.C.Iseo.
I ragazzi partiranno alle 17.30 da Gabry, altri davanti al negozio Fattore Ciclo di Pilzone alle 19, io è meglio che parta per affari miei altrimenti non riesco a star al loro passo e rallenterei tutti.
La cena è prenotata verso le 20.45, per cui con calma parto da casa alle 17.20 e me ne vado in paese, sosta da Gabriele per comprare le batterie della luce posteriore lampeggiante che non funziona più e via lungo la litoranea fino a Sulzano.
Sosta da Cristina per due parole ( lei oggi lavora io scorrazzo in bike), le rompo un po’ le scatole e riparto verso Sale Marasino.
Un sacco di traffico in giro, d'altronde la gente è in vacanza, ma il mio passo è tranquillo, lo zaino pesa un po’ ma non mi preoccupo più di tanto, piano piano salirò sulla montagna alle spalle del lago ed arrivo al ristorante, eccome se ci arrivo, due salamine sono prenotate a nome mio e guai a che le tocca!
Arrivo alla rotonda con le indicazioni per Località Portole ed inizio a salire.
Su asfalto, un tornante dietro l’altro, un caldo micidiale e la pendenza da matti non aiutano certo le mie gambe a pedalare ma Kathy non mola e salgo, lentamente ma salgo fino a quando un arancione con l’ormone ballerino (olandese per la precisione) decide di iniziare a suonare il clacson a manetta.
Allora cristo!, tu acceleri schiacciando con il piede una tavoletta, a me tocca pedalare e se i tornanti sono stretti e tanto in due non ci si passa, cosa diavolo suoni a fare?
Perfino due tizi a passeggio col cane gli hanno fatto dei gestacci, personalmente l’ho lavato di madonne in olandese visto che lo parlo esattamente come parlo l’italiano! E che cavolo….
En po’ de bromuro magare…..
Ad un certo punto la strada si stringe ulteriormente e sta scendendo un camioncino, preferisco fermarmi che rischiare di finire contro il muro e la scusa è buona per riprendere fiato e chiedere ad una signora seduta sul balcone se mi riempie la borraccia di acqua con la canna del giardino… all’inizio sembrava non volesse farlo….ho chiesto solo dell’acqua mica 50 euro…..alla fine d3ecide che probabilmente non sono pericolosa cosi combinata, in bicicletta e con lo zaino a spalla, sudata fradicia e riempio la borraccia di quel prezioso liquido, un poco caldo ma quando la sete è tanta va bene anche cosi.
Continuo la salita e tornante dopo tornante ecco Portole e l’olandese di prima con il cane a passeggio!
Mi ha vista arrivare ed è scappato verso un cancello, l’ha chiuso ed è fischiato dentro casa…ma te pensa, magari credeva fossi Kathy due la vendetta ma sinceramente quello che dovevo dirgli lo avevo già fatto, non mi mescolo con i cretini prima che mi contagino con la loro stupidità. Semplicemente un senza palle, macchina grossa cervello poco.
Il bello è che c’era li una signora anziana seduta lungo il muretto della strada che ha visto la scena ed ha detto: la madona siura, el gà ciapàt pora…..
Mi sono sbellicata dalle risate.
Nel piazzale di fronte alla Trattoria Portole ci sono due deviazioni, una a destra per Dazze l’altra a sinistra per la Forcella di Sale e Pastina.
Ho seguito la cementata per la Forcella che tanti ricordi porta alla memoria, i miei voli in parapendio lungo la dorsale che scende a lago, quante volte ho volato da lassù fino a bordo acqua di fronte al porto di Sale Marasino, quanti ricordi dolci ed amari, fino a quell’atterraggio controvento che mi ha lasciato una lunga cicatrice sulla schiena…quanti anni sono passati eppure la voglia di volare c’è ancora, mista ad un poco di timore ma la sensazione di onnipotenza che provavo lassù tra le nuvole era unica.
Chissà, forse un giorno ci torno a cacciare il naso tra le nuvole, per vedere se sono ancora fredde ed umide, se possono ancora darmi la sensazione di essere sospesa tra la bambagia ad un chilometro da terra.
Sono riuscita a pedalare fino alla deviazione tra Forcella e Pastina e li, troppo dura per me, ho messo i piedi a terra ed ho continuato camminando.
Un attimo dopo sento una presenza dietro a me in salita e vedo sbucare Michele Canotti, in sella che, a fatica, saliva lungo la rampa in cemento.
Si è fermato un attimo ed è ripartito, ci siamo dati appuntamento in cima.
Sono riuscita a ripartire di fronte alla sorgente Gaionvere o un nome simile dove ho pure riempito la
borraccia, non ho visto cartelli che dicevano non potabile per cui….frescaaaaaaaaaaa buonaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.
Quasi mi ci tuffo nella vasca di raccolta.
Da li in poi, un continuo saliscendi lungo una strada di terra battuta e ciottoli, qualche strappo ancora su cemento ma poco dopo mi trovo lungo il sentiero del Cai che viene fatto dai ragazzi della Proai Golem a piedi, la Sky Marathon di quelli duri a morire, quelli che la corsa in montagna la mangiano a merenda.
Vi sono un sacco di case quassù ed il panorama è spettacolare, il lago sembra una pozzanghera piccola e lontana eppure è ad appena mezz’ora di strada un macchina, poco più in bicicletta, bellissimo quassù comunque.
Poco dopo arrivo in uno spiazzo e vedo un gruppo di tende; alcune decine di metri e le tende sono davvero tante ed i ragazzi che le abitano anche, con zaini buttali qua e la, le chitarre appoggiate…un gruppo di scout che passerà la notte in montagna mi guardano passare sorridendo, avran pensato “questa è matta”!
Arrivo finalmente a Pastina, praticamente qua la strada finisce. Mi siedo all’ombra, ordino una coccola gelata e guardo il panorama aspettando che qualcuno del gruppo si faccia vivo.
Michele si era piazzato nel prato a riposare, chiacchieriamo un pezzo di tutto e di più ed ecco che arrivano i primi del gruppo che scende dalla montagna, quelli che hanno fatto Santa Maria-Nistisino-Pastina per single track vari nel bosco.
Venti muniti dopo iniziano ad arrivare quelli partiti alle sette dal negozio di Carlo e verso le otto e mezza siamo inventi seduti al tavolo a cenare, ridere e scherzare.
Ma prima abbiamo ammirato il mega fungo trovato da Ghigo e Thony nel bosco, sette etti di bestia che passeremo alla signora del ristorante da fare in insalata.
Cena a base di tagliatelle con i funghi e maccheroncini agli asparagi, grigliatona, insalata patate e dolce il tutto condito con vino rosso, coca cola ed acqua.
E le risate, da tenersi la pancia.
Al seguito di Andrea due ragazze che ci hanno raggiunto in macchina, forse un poco spaesate all’inizio ma che credo si siano divertite da matti dopo.
Verso le dieci e mezza abbiamo iniziato a preparare uomini e mezzi per la discesa alla luce delle lampade e led sulle bike, qualcuno con dei fari giganteschi sul casco, tutti comunque con le luci segnaletiche lampeggianti, la discesa è tosta e la velocità non sarà da poco per cui occhio…
Decido di partire tra gli ultimi per non intralciare ma poi non mi sembra di andare cosi piano, anzi….
Ghigo mi fa da cavaliere e comunque alla fine di ogni tratto tecnico il gruppo si ferma ad aspettare e le ragazze dietro sono dei tesori perché con i fari della loro macchina rendono la strada più visibile.
Ad un certo punto uno dei miei due fanali si sgancia e rotola lungo la discesa, Ghigo lo prende al volo e si continua fino in fondo dove,, in un attimo lo riattacco e riparto. Strada asfaltata ora fino a Sale Marasino dove metà del gruppo girerà verso casa mentre i restati vanno verso Iseo facendo uno strano sentiero che sinceramente non riuscirei a ritrovare da sola di giorno.
Credo si tratti di alcuni pezzi della Antica Valeriana, ed intravedo dei piccoli strapiombi accanto al sentiero ma la notte aiuta a non vedere il pericolo e farò a piedi un solo pezzetto, credo 50 metri, in compagnia di altri, troppo scosceso, per il resto tutto in sella, salite comprese.
Si arriva Sulzano sbucando dietro la chiesa su di una strana acciottolata che fa saltellare qua e la e da li, sul provinciale e tutta fino ad Iseo.
Mi hanno tirato il collo da matti.
A Pilzone Ghigo è partito ed a Covelo hanno superato i 40 all’ora…io ho mollato ad un certo punto…. Mi veniva un attacco di cuore!
Giù per Via Mirolte e Piazza Garibaldi dove la gente del paese ci gridava “Siete matti”! e sosta al bar in via Campo per una birra finale come brindisi per una bella serata in compagnia.
La gente di Iseo presente ci guarda sorridendo, capisci dal loro sguardo che non capiscono la nostra passione per queste scorribande notturne in sella ma è proprio questo il bello, siamo diversi, siamo istintivi…..e ci divertiamo.
Gli ultimi 3 chilometri li faccio in solitaria verso casa, qualche stella solitaria a rischiarare la strada che passa accanto alla riserva delle torbiere ed a rendere il paesaggio notturno spettacolare.
Una doccia calda, ancora un po’ d’acqua, una carezza alla sella di Valchiria ed a nanna tutte e due, tra poche ore si torna al lavoro ma la testa macina già altri percorsi….
Forse settimana prossima..