La nuova squadra

La nuova squadra

Atletica Franciacorta

Atletica Franciacorta


Il mio credo in queste parole

Il mio credo in queste parole


Il vero leone lo vedi solo fuori dal branco.
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco ed i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza pers eguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire dai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualche cosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo maggiore del solo respirare. solamente l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendita felicità.

(P.Neruda)

RICORDATI DI OSARE, SEMPRE!!!!


martedì 18 ottobre 2011

Oreum Cup_francigena Cup


Che nome strano.
Mi incuriosisce principalmente per il fatto che due miei amici, nell’estate appena trascorsa, hanno fatto un viaggio fantastico in bici da qua fino a Roma seguendo l’antica Via Francigena, definendolo il viaggio più fantastico mai fatto.
Li ho invidiati a morte mentre pedalavano lungo tutta l’Italia fino alla capitale e quando mi giungevano i loro messaggi, tutte le sere, con descritto dove erano passati e dove stavano cenando e si sarebbero fermati per la notte, pensavo che si, un giorno, anche io avrei fatto quella antica via….
Cosi, nel leggere di questa gara, non ci ho pensato un solo secondo e via che ci vado anche se ho appena fatto la crono ad Asola e sono un poco cotta.
Alle 5 è suonata la sveglia, camper a posto e pronto a partite, bike solo da caricare e, dopo colazione, via alla volta di Orio Litta in provincia di Lodi.
Il navigatore dice 130 km ed un ora e 15 minuti ma sarà ben diversa la storia; decido di seguire le sue indicazioni e mi immetto nell’autostrada a Rovato ma già mi suona strano il fatto che mi indici la Venezia e non Milano ma sono tranquilla.
Poco il traffico in giro di domenica mattina alle sei e mezza, accendo la radio ed ascolto la musica guardandomi attorno, è ancora notte ma inizia a schiarire e qua e la vedo chiazze di rosso nel cielo.. …speriamo non indichi la pioggia come fa quel vecchio detto popolare….rosso di sera……
A Brescia mi fa prendere la Cremona e via tranquilla……
Iniziano i banchi di nebbia ed è la prima volta dopo questa anomala e lunga estate; ad un certo punto l’autostrada sembra sopraelevata rispetto ai campi a lato e questi ultimi sono letteralmente sommersi dalla nebbia che lascia svettare solo le cime degli alberi come ad indicare la strada, li , testimoni muti delle bizzarrie di stagione.
Ed ecco la stranezza: sembra che la nebbia voglia “mangiarsi” un pezzo di strada e passare dal lato opposto passando sopra il guard rail ed il colpo d’occhio è davvero notevole, sembra un artiglio sollevatosi dal campo sottostante ed appeso al metallo che cerca di sollevarsi e passare dalla parte opposta, come a raggiungere la nebbia dall’altro lato… stranissima situazione.
Ma poco dopo iniziano i guai o meglio inizia la lunga gira volta di qua e di la passando più volte sotto lo stesso ponte!
Insomma ad un certo punto si esce dall’autostrada ma ci sono un sacco di svincoli nuovi di zecca che probabilmente non sono nella memoria del navigatore e che ovviamente non riconosce per cui, mi manda di qua e di la e mi ritrovo sempre allo stesso punto; nessuno in giro a quest’ora del mattino e mi innervosisco a tal punto da pensare adesso me ne torno a casa e vado a dormire!!!
Finalmente decido di mettermi a lato strada e di tirar fuori la mia vecchia e fedele cartina geografica e di tornare alla vecchia maniera, seguo le indicazioni, ripasso sul Po ( non ditemi perché sono finita quasi a Piacenza perchè non lo so) e finalmente ecco sto paese, Orio Litta appunto.
Arrivo fino in centro ma non trovo un parcheggio dove lasciare il bestione senza che dia fastidio ed allora me ne torno al parcheggio intravisto appena arrivata, è a circa un chilometro ma ho abbastanza tempo per farmi una camminata.
Arrivo al Bar Sport, faccio l’iscrizione e me ne torno al camper giusto in tempo per vedere passare un furgoncino che mi strombazza e vedo una mano fuori dal finestrino che saluta: chi sarà??
Mi vesto, tolgo la bici dal gavone e vado verso il centro e la partenza: ci sono sei gradi, un freddo dell’accidenti!
Meno male che l’olio riscaldante per le gambe funziona perché non ho portato i pantaloni lunghi e ringrazio la lucina che mi si è accesa stamattina facendomi buttare nella sacca la giacca pesante.
Ecco Grazia con suo figlio, era lei prima che mi salutava passando; due chiacchiere con lei e pochi altri visto che quaggiù non conosco quasi nessuno e mi faccio spiegare da lei quale sia la strada migliore da prendere al ritorno, cioè via Crema-Orzinuovi cioè esattamente quello che avevo pensato stamattina ma ho voluto dare fiducia alla tecnologia nuovamente e nuovamente mi ha fatto fare un giro dell’accidenti!
Grazia è gentilissima e mi invita a casa sua per il pranzo cosi sarei già per strada ma declino l’invito, vorrei essere a casa ad un orario decente oggi.
È già ora di partire, 4 giri da 9 chilometri.
Non conosco il percorso ma preferisco non provare nulla e fare il primo giro con calma e gli altri di seguito in base alle sensazioni del primo.
Le donne partono in fondo al gruppo ed a me va bene perché cosi so che non darò fastidio a nessuno.
Pronti via.
Strade bianche, campi arati, erba, tanta erba che mette a dura prova la mia schiena già malandata ultimamente e quegli strappi micidiali su per gli argini e giù poco dopo; avevo sentito dire di fare attenzione alla prima discesa ed arrivandoci capirò il perché… un ragazzo a terra, soccorso ed imbracato dai soccorritori e trasportato d’urgenza all’ospedale… il voler superare a tutti i costi su di un sentiero dalla pendenza del 30%, corto d’accordo, ma largo giusto per il passaggio di una bike e basta.
La farò a piedi quella discesa e la seconda anche poco dopo ma il resto in sella, a testa bassa, cercando di non cadere sulle pietre e sulla sabbia di quel sentiero sotto l’argine, un continuo saltellare che mette a dura prova spalle, braccia e schiena.
Alla fine del giro si passa all’interno di Villa LItta Carini, una spettacolare residenza utilizzata per cerimonie e meeting aziendali, sembra la reggia di Versaille .
Passaggio sotto il traguardo e via di nuovo.
Un giro dopo l’altro, la stanchezza che mi rompe il fiato e la sete che si fa sentire; ad un certo punto sento la campana dell’ultimo giro ma qualche cosa non mi quadra, non ho più visto Grazia, ne mi ha superato ne l’ho raggiunta, non capisco.
Vedrò al traguardo com’è la situazione, ora voglio solo finire la gara.
Ultimo giro, ultimi chilometri ed ecco la cosa che mi fa girare le scatole: io e tanti altri a dannarmi sul sentiero sotto l’argine ed ecco il furbone di turno che, bello tranquillo, si fa tutta la strada sopra l’argine stesso tagliando praticamente un terzo del percorso, arriva all’ultima discesa, scende per far vedere che almeno l’ultimo pezzo lo fa e si mette anche ad urlare chiamando strada: ”occhio…occhio…passo a destra.. e fammi passare cazzo…”!!
Ma pensa te sto qua, prima fa il furbo ed adesso vuole anche farmi mettere in parte per far passare lui…ma vedi bene di andartene a quel paese o intelligenza sportiva dell’altro mondo e stammi ben lontano altrimenti ti trito i maroni.
Chi era? Non lo so ma è facile saperlo, basta guardare la classifica, è arrivato una sola posizione avanti a me il mister.
Al traguardo purtroppo scopro che Grazia è caduta malamente e si è spaccata la spalla ed è stata portata all’ospedale con l’ambulanza, ne avrà per un mese; suo figlio mi sembra sereno però per cui significa che , nonostante la gran botta, era cosciente e sono più tranquilla anche io.
Max mi avvisa che hanno già recuperato la sua bike ed un compagno di squadra porterà il ragazzo e la bici a casa.. proprio non potevo venire a casa tua a pranzo Grazia vedi????
Guarisci presto ragazza che ti voglio rivedere in sella con me in qualche angolo di Lombardia ok?
La premiazione non si fa attendere molto, so che il secondo posto è mio ma mi dispiace non avere la mia amica accanto sul podio, stavolta ci saremmo state entrambe, assieme.
Spero sia per una prossima volta.
Saluto Fabio e quei pochi che conosco e riparto verso casa, seguendo la strada normale stavolta ed infatti, cartina alla mano e viaggiando verso Cremona prima, Crema poi, in un ora e 10 minuti sono arrivata mentre all’andata ho fatto il giro del mondo.
Bah che impiastro che sono.
Giuro che domenica prossima il navigatore non lo porto nemmeno e che a Bagnolo Cremasco arriverò comunque e, stavolta, sarò con altre diavole rosse!
Alla prossima.

lunedì 17 ottobre 2011

Crono Titici Energy Bike


Ed eccola di nuovo la crono di Matteo.
L’ho fatta lo scorso anno perché ero curiosa non avendone mai fatta una e di sicuro non manco stavolta.
Al mattino in giro con un gruppo per la Franciacorta a visitar cantine, alle 11.25 li ho imbarcati sul battello per l’isola e da li di corsa fino a casa, un cambio repentino da lady in tacchi e tailleur a ciclista, bike in macchina e via verso Asola e la bassa.
Non so perché non sono partita in camper, forse perché pensavo fosse tardi e con la macchina sono molto più veloce ma una volta giunta la mi sono resa conto che avrei avuto tutto il tempo per arrivare, parcheggiare e sistemarmi.
Comunque sia, sono qua.
Lo scorso anno, non capendo bene il sistema delle iscrizioni, mi ero pre-iscritta , cosi facendo sono partita praticamente un ora e mezza dopo il primo… stavolta ho aspettato fino alla fine delle iscrizioni e la mia ora di partenza risulta essere le 15.22.00.
Ok, alle 16 sarò già al traguardo, cambio veloce e sarò a posto.
Come sempre è bello perdere tempo tra chiacchiere con le ragazze presenti ed i tanti amici con cui scambiar battute ed informazioni sulle prossime gare.
Anche il Gliso oggi è tra i presenti e non solo in veste di fotografo ma di biker e mi piace rivederlo in sella; i volantini della sua gara del 6 novembre prossimo sono su tavolo dei giudici. ….si perché quest’uomo qua una ne fa e tre le sta progettando e sinceramente gli auguro un pienone alla partenza del Cross di Cortefranca!
Dai che tocca a me.
Il giudice scandisce il tempo con le dita della mano, cinque secondi, quattro, tre, due, uno e via che si parte sul sentiero tracciato dietro il capannone della Titici, la fabbrica di biciclette di Matteo and Co.
Il campo appena dopo è una specie di gigantesco frullatore dove saltello qua e la, strada bianca poco dopo e campi ancora … via via si pedala.
17 km dicono i volantini, a me ne risulteranno 19 alla fine ma comunque, essendo a cronometro individuale, combatti solo contro il tempo e null’altro.
Quando sono li, da sola, mentre pedalo senza nessuno attorno, penso che questo sia uno sport individuale per forza, cronometro o no perché combatti contro il tuo tempo e non contro l’avversario.
Certo anche lui è li a correre con te o contro di te, uno arriva primo, altri in mezzo ed uno ultimo, ma il tempo scorre per tutti allo stesso modo, un secondo dopo l’atro, un minuto dopo l’altro e vedi il tuo tempo all’arrivo sullo schermo che lampeggia e non si discute col cronometro.
Corri da solo e non puoi accusare nessuno di averti ostacolato, tu stesso sei l’artefice della tua performance, nessuno ti aiuta.
Arrivo al cartello dell’ultimo chilometro e sembra passato cosi poco dalla partenza; passo il traguardo serena perché ho fatto quello che amo di più, pedalare, il vento seppur gelido mi ha accarezzata e mi è piaciuto, come sempre.
Il ristoro è un inno all’abbondanza, spiedini di carne, panini, torte e focacce, the caldo e bibite per tutti ma ho freddo ed è meglio andare a cambiarmi.
La mezz’ora successiva passa tra chiacchiere e saluti e stò andandomene verso la macchina quando mi chiamano e dicono di aspettare la premiazione.
Il volantino dice che premiano i primi tre mentre ne premieranno cinque per categoria per cui premio anche alla qui presente Old Lady, foto ricordo e sorrisi.
Mia figlia sorride ogni volta quando arrivo a casa, mi chiede se vado a fare la spesa o a fare una gara in bike…..di solito non rispondo ma sorrido a mia volta.
Ora una calda doccia laverà polvere e sudore, pulisco Valchiria prima di riporla in cantina ma le olio la catena perché domani sarà un'altra storia…..

lunedì 3 ottobre 2011

Urcis 6h con variante Charlye alla Gliso Style


Rinuncio a tutto ma alla Urcis no!

Faccio carte false, prendo ferie sei mesi prima, mi do malata, scappo di casa col camper e la bici, qualche cosa mi invento ma non manco di sicuro a Barco a girar per il Parco dell’Oglio.
Iscrizione come solitaria cosi se vado piano non rompo gli schieramenti di squadra, camper pronto da due giorni, sacca a bordo e via, sabato mattina alle 10.30 sono già per strada
Da Rovato via Trenzano in poco più di mezz’ora sono ad Orzinuovi, da li a Barco 5 minuti basta seguire le frecce disseminate lungo la strada tipo briciole di Pollicino ed ecco laggiù l’arco rosso con scritto Arrivo, suono il clacson ad Ivan che, a dorso nudo come se fosse luglio, sta finendo di montare transenne e gonfiabili.
Parcheggio accanto al campo di calcio ed alle docce riservate agli atleti e in dieci minuti son già che cammino verso la zona arrivo e cambio, tutto un fermento di gente che va e viene, profumo di salamine nell’aria ed il camioncino di Charlye in mezzo alla strada e lui che sbuca da dietro un angolo!
“Kathy n’dom!”
Salto sul furgone tra cavi elettrici, sacchi di attrezzature varie, un caos che a confronto la mia machina è in ordine e via che si va verso Ivan ed i suoi gonfiabili… è mezz’ora che aspetta dei cavi e delle spine elettriche, uno scambio più o meno amichevole di “convenevoli” gentilissimi che fan si che le tre croci della Via Crucis li accanto si attorciglino attorno a loro stesse per non sentire….. ( ma sti due qua si amano alla follia lo so lo so) e poi via verso la zona cambio perché Charlye vuole farmi vedere la sua nuova creatura.
Entriamo nel Castel Barco e nel parco di questa vecchia villa padronale ci sono fettucce e transenne, una parte totalmente inedita del percorso, la creatura del Charlye appunto….una discesina di due metri stile parete, curva secca a sinistra e giù tra le piante sulle radici delle stesse, curva a destra e giù di nuovo per due metri da cardiopalma per saltellare poi sui solchi del campo dove è stato tagliato il granoturco da poco…ma non si seguono i solchi, troppo facile, ci si passa sopra di traverso che se mi porto una bottiglia di latte ci faccio il burro prima di sera.
Variante Charlye alla Gliso Style insomma!
Bella storia sta qua, meglio che la provi prima va che è meglio!
Mi dice che ci hanno messo un guado in mezzo al percorso, il ghiaione è stato allungato non poco e si fa un pezzo di bosco in più al ritorno ed allora decido che provo tutto domani, ho sei ore di tempo per memorizzare tutta la strada per cui al camper e mi preparo due forchettate di pasta.
Alle due e mezza c’è la gara dei bambini e non la voglio perdere , mi piace vedere i piccoli all’opera e chissà se alcuni dei miei Diavoletti si farà vedere oggi.
Alle due c’è un assembramento da paura, piccoli con il triciclo, alcuni con le bici con le rotelle altri seri con tanto di abbigliamento tecnico e la bicicletta quasi più bella della mia Valchiria, faccette sorridenti e divertite.
Alle due e mezza parte la prima batteria, un solo giro per i piu piccolini seguiti da genitori e nonni, tantissimi sul triciclo… uno spettacolo, alcuni bambini incitano i nonni a spingerli più velocemente e si arrabbiano pure se non corrono, bella storia ragazzi.
Dopo un ora e mezza sono tutti e 200 ( un gran numero direi) a far merenda al tendone del ristoro con tanto di medaglia al collo e maglietta ricordo; chissà se tra qualche ano saranno anche loro in sella ad una mtb qua a gareggiare nella 6h di domani o se ci porteranno i loro figli, è bello credere che sia cosi e che la tradizione di sport per passione passi di padre in figlio.
Alle quattro tutti in sella per partecipare al giro stile ciclo-pedalata turistica fino a Soncino seguendo le strade del Parco dell’Oglio preceduti da un camioncino delle guardie e seguiti da una macchina dei vigili e da un ambulanza.
A metà strada ci viene in contro il Sindaco di Soncino che ci accompagna fino al castello dove una guida ci farà visitare le sue mura; che bello questo posto, ha mantenuto intatte le mura perimetrali della rocca e della città, il parco ed il ponte levatoio sono stati ricostruiti solo parzialmente…il tutto condito con una serie di cavalli e cavalieri in costume medioevale perché questa sera c’è una rievocazione medioevale, fiaccole pronte per essere accese, catapulte cariche, drappi con gli stemmi delle casate e gualdrappe colorate.
Non me l’aspettavo, è stato coinvolgente.
Quando poi ho visto i vigili che stavano a guardia delle biciclette è stato il massimo… e si perché nessun biker lascerebbe la propria cavalcatura senza guardiano e vi erano delle bici nel gruppo che costavano tanto quanto un anno di stipendio, telai in titanio fatti a mano negli Stati Uniti, carbonio italiano fatto artigianalmente, le sospensioni più esclusive, ruote in carbonio che da sole costano più di una vacanza al mare per un mese….
Un bel assortimento di cavallini non c’è che dire.
Poco dopo siamo ripartiti alla volta della chiesa di santa Maria; io centro poco con le chiese in verità ma devo dire che non mi aspettavo di certo una bellezza del genere.
Fuori quasi anonima, solo una piccola statua sopra il portone d’ingresso ma dentro mi si è aperto un mondo di storia dell’arte incredibile! Non c’era un angolo senza un affresco e sebbene la mia conoscenza in materia sia piuttosto limitata mi sono seduta a guardare le pareti a volta e le nicchie a lato, un trionfo di colore tanto intenso da sembrare vivo; l’unica atipicità erano le seggiole di plastica al posto dei banchi tradizionali in legno, sembravano stonare nella grandiosità del contesto in cui erano inserite.
Dopo una ventina di minuti siamo ripartiti verso Orzinuovi per una strada diversa dalla precedente, sempre scortati dalle auto di servizio siamo passati di fronte al castello e poi verso la piazza dove ci attendeva la sorpresa della giornata: la banda schierata al completo e una serie infinita di tavoli imbanditi dalle associazioni di volontariato del paese, vi si poteva trovare di tutto!
Panini imbottiti di salumi, cioccolatini, dolci fatti in casa, crostate e torte salate dai sapori più disparati, biscotti e frutta e, naturalmente, da bere a volontà.
Certo che quando ci si mettono i ragazzi del Pedale Orceano e della Croce Verde le fanno in grande le cose!
Il ritorno verso Barco è stato moooooooooolto rilassato ed alle sei e mezza ero al camper a riporre Valchiria nel gavone ed a farmi una doccia.
Stasera c’è festa al tendone del ristoro, musica e cena in compagnia dei ragazzi dell’organizzazione, hanno preparato 200 porzioni di spiedo e c’è di tutto tra cui scegliere.
La serata passa che è un spasso tra risate e birra alla spina, la luce che salta in continuazione perché gli strumenti musicali succhiano più del dovuto ed allora si canta senza musica e c’è mancato poco che io e Charlye facessimo due giri di valzer sotto lo sguardo attonito di sua figlia Chiara e della moglie.
Certo che riescono sempre a farmi sentire a casa anche se non faccio parte della loro famiglia e per questo devo ringraziare le Signore, mi coinvolgono con le loro chiacchiere ed è piacevole passare del tempo con loro.
Mi raccontano anche che un mio raccontino è stato letto da Benedetti ai mondiali di Copenagen e, sinceramente, resto basita, non credevo che un qualche cosa scritto da me potesse essere letto in un contesto come quello, mi fa piacere davvero.
Alle 23 me ne vado a dormire anche perché io dovrei fare una gara endurance la domenica….
Chissà comè ma la domenica mattina arriva sempre troppo velocemente, le macchine vanno avanti ed indietro ed il parcheggio si riempie di bici e persone; arrivano le ragazze del trio Iseo’s women che partecipano alla gara e poco dopo vedo Michele Quaranta, altra maglia del G.C.Iseo… mi piace quando vedo i miei colori attorno, mi sento meno only rider anche se la mia gara sarà comunque in solitaria ma è quello spirito di squadra, quel legame invisibile che ci lega come gruppo di amici ed anche se nel mondo “di fuori” ci si vede poco all’interno di un evento che ci accomuna per passione ci sentiamo una grande famiglia.
Colazione con calma e la vestizione poco dopo, chip alla caviglia ancor prima dei pantaloncini per non dimenticarlo sul tavolino, casco in testa e borraccia piena da mettere su Valchiria ed eccomi pronta; mi sono posta uno obbiettivo, pedalare sei ore senza fermarmi se non per le pause pipì visto che bevo come un cammello assetato nel deserto e se poi sarà diverso beh vedrò lungo il percorso.
Rivedere Margherita Beltramolli dopo quasi due anni mi fa piacere, conoscere Denise di persona dopo anni su Facebook a condividere passione per la bike e pensieri e rivedere Morena in sella è una bella sensazione; le facce amiche sono tante ma molte sono quelle sconosciute, siamo in 513 oggi e non son pochi per una gara in pianura.
Il tempo scorre veloce, le undici e mezza si avvicinano ed è ora di partire; stile Le mans su quel terreno dove lo scorso anno presi una storta per cui a piedi e che corrano gli altri, non cambia nulla alla mia posizione in classifica.
Quando io inforco la bicicletta i primi stanno già sfrecciando lungo la strada bianca del percorso, ed al mio passaggio sotto lo striscione della partenza Ilario mi manda i saluti via microfono mentre la sfortuna ha abbracciato Eugenio facendogli rompere la catena a venti metri dal via.. certo che la sfiga è proprio sempre in agguato! Meno male che l’assistenza meccanica è efficiente e poco dopo riprenderà la sua gara a tutta.
Il percorso è leggermente diverso dallo scorso anno, un poco più lungo e la parte sulla ghiaia di fiume sembra non finire mai, la bicicletta che va dove vuole ed è sempre una bella battaglia lo stare in piedi senza cadere ma passerò sempre indenne da quel tratto.
I cartelli disseminati lungo il percorso sono ormai un must della gara, la ragazza con il posteriore in bella mostra mentre pedala mette in guardia che nel single track non si deve superare e star dietro a lei… se fosse reale ben pochi supererebbero, neppure io in verità se fossi un maschietto con tempesta ormonale in atto!
Il cartello successivo mostra sempre un bel fondoschiena in perizoma mentre pedala ma stavolta occhio alla sorpresa…..e si, perché appena dopo il ristoro con la festa della birra in corso dove al posto del the freddo e dei Sali trovi un bel boccale schiumoso servito da un ragazzone vestito stile ocktober fest ( e per inciso il fondoschiena nella foto era di un maschietto), trovi il guado… il guado!!!!!!!
Al primo giro l’ho fatto a piedi e nel mentre sopraggiungeva uno dei ragazzi che lo ha fatto a manetta col risultato di lavare me da capo a piedi e Matteo il fotografo con macchine fotografiche al completo!
A dir il vero non è che sia stato fastidioso più di tanto visto il caldo ma per le macchine fotografiche non so come sia stata….
Al giro successivo mi sono lanciata prendendo male le misure con il risultato di fare un doppio carpiato con bike al seguito, tuffo e bon!
Ma che mi sia successo anche al terzo giro, beh allora sono proprio impedita ma devo dire che ogni volta mi sono lavata via la polvere appiccicata addosso e poi cosi male non era in fondo.
Giro dopo giro mi sono divertita nel sentiero nel bosco che mi piace da sempre ed i ragazzi sono stati cosi bravi da riuscire a farcene fare un pezzo anche al ritorno; l’unica cosa che all’inizio è sempre filata liscia e stata la variante Charlye ma poi, complice la stanchezza ed il caldo, ho iniziato a non controllare bene in discesa ed ho preferito farla a piedi, tanto i due minuti in più non cambiavano la situazione.

All’ultimo giro, in compagnia di Reboldi Junior ( la fotocopia di nonno volante Naty senza barba), mi sono fermata ed una mezza alla spina me la sono bevuta anche io, tanto ormai ero arrivata, stanca morta ed accaldata da matti ma decisamente sorridente.
Parte di quel sorriso deriva dalle persone lungo il percorso che mi hanno incitato e chiamato per nome facendomi un tifo che mai avrei immaginato tantè che lo speaker ad uncerto punto mi ha chiesto, mentre passavo sulla linea di cambio, se avevo un Kathy fans club….ed una ragazza ha risposto per me… si si!
A me scappava da ridere, probabilmente sono talmente abituati a vedermi tribolare sui pedali che il tifo me lo fanno per solidarietà ma sinceramente mi fa tanto ma tanto piacere.
Perfino Sergio, a gara finita mi ha detto: ma tu quanto tifo hai….
Un paio di cose solo hanno guastato la festa, perché effettivamente una festa è stata fino alla fine:
un paio di “personaggi”, parlando a ruota libera al ristoro senza prestare molta attenzione al fatto che accanto ci fossero altre persone, presenti alla Urcis solo per il fatto che avevano annullato la “grandiosa e bellissima 24h di Milano” si sentivano un po’ spaesati essendo in mezzo a “tutti stì paesanotti”…. Allora ragazzi la prossima volta statevene a casa a gironzolare sul monte Stella anziché venir qua nel Parco dell’Oglio perché magari l’ossigeno delle nostre piante vi fa male abituati come siete a respirare gas di scarico e smog.
Non conosco la 24h di Milano vista la sua breve storia ma non mi permetterai mai di denigrare un organizzazione, di paese o metropoli che sia; se non ti piace l’ambiente fai a meno di venirci, lo sapevi anche prima di essere in campagna ma visto che tra i presenti vi erano ragazzi di Roma e perfino due dalla Sicilia e si sono divertiti da matti mi sa che loro hanno capito lo spirito della giornata, voi No.
Punto.
La seconda cosa è il fenomeno di turno.
Che poi la classifica parli per lui visto che è molto più giù della meta allora mi chiedo cosa diavolo pensa quando vuol superare a tutti i costi nel tratto dove non supera nessuno perché non si può????
Ne ho fatti passare decine, anche sul sentiero nel bosco, mi chiedevano strada e mi sono sempre spostata dove era possibile farlo ma se non si passa non si passa, non vado di certo in mezzo alle piante ad abbracciare qualche tronco per far felice te che guadagni due secondi!
Manco fossi ai mondiali.
Hai sbattuto la ragazza con le trecce su di una pianta pur di passare, un'altra quasi la fai capottare per passare a tutti i costi un mezzo a due bici dove a malapena passavano quelle due e quasi mandi me a gambe all’aria sui ghiaione…ma la testa te la porti dietro quando pedali o la stacchi e la metti nel baule ad aspettare il tuo ritorno?
Guarda che i campioni, quelli veri, manco li senti passare accanto quando ti superano e tu, di quella stoffa, non ne hai neppure un po’.
Punto.
Dalla birra alla spina all’arrivo è stata una passeggiata turistica con Eugenio, Reboldi ed io in trio a passare il traguardo; le mie compagne felici come mai per aver vinto la loro categoria, Michele contento di aver partecipato, io felice per la mia 11esima posizione e va benissimo cosi.
Doccia calda, spiedo party in compagnia di Michele Gianotti che, per solidarietà al gruppo, si è pedalato due giri con noi, le risate, il tifo da stadio quando Luisa, Miriam e Giusy sono salite sul podio per la p loro premiazione e Luisa che regala i fiori a me perché le ho convinte a venire a correre….. ancora adesso a pensarci sorrido e penso che le emozioni che provo ogni volta, quelle emozioni che magari agli occhi di tanti sono ridicole, mi appagano e mi rasserenano.
Ed anche mentre guidavo verso casa, con il cielo già scuro e le prime stelle a farmi luce in questo strano autunno, penso che si, sarò ancora qua l’anno prossimo, qua a guardare il fiume scorrere accanto al percorso e magari a tuffarmi dentro un'altra volta; oppure fare di nuovo quell’urlo ad Ivan passando nella zona partenza dicendogli che il percorso era uno spettacolo ed accettare l’abbraccio da orso di Charlye davanti agli occhi di sua moglie che ormai sa che sono più fuori di suo marito ma che devono tenerci cosi come siamo, unici perché gli stampi li hanno buttati anni fa.
Grazie ragazzi della Croce Verde e del Pedale Orceano perché mi fanno sentire a casa e grazie perché da voi mi sento una bambina di 50 anni a Gardaland.

Fantastico.

mercoledì 28 settembre 2011

Ciao Gimondi Bike

Il primo amore non si dimentica mai, qualunque cosa succeda e per sempre resta quel qualche cosa di speciale, unico, che difficilmente potrai mettere in un cassetto e scordare.
Sebbene andassi in bici da anni la Gimondi è stata la mia prima gara, quella scommessa con me stessa contro tutto e tutti, quella sfida che mi serviva per vincere un'altra scommessa, un'altra battaglia che stavo perdendo ma che ho graffiato con le dita e morso fino a farla mia.
Il 2000, un anno che difficilmente dimenticherò, per mille motivi ma che ha segnato per sempre la mia pelle, dentro e fuori, facendomi salire fino al Marus in bike, scendere lungo il canalone seduta nel fango, con un vecchissimo cancello rosso che ancora sta appeso in garage e di cui non riesco a liberarmi.
Ricordo ancora la faccia di mio padre quando gli dissi “papà faccio la GimondiBike…”, l’espressione era di incredulità e forse di commiserazione, ma lui sapeva anche che la mia testardaggine era tale da consentirmi di provare, di farcela nonostante tutto, le medicine, i punti, il pallore e la pelle tirata e stanca.
Da allora sono cambiate tante cose, le gare sono diventate 40 all’anno, giro per mezza Europa oltre a tutto il nord Italia in camper inseguendo questo o quel campo di gara, ho conosciuto centinaia di persone, ho scritto dei librucoli sulle mie scorribande in mountain bike, le biciclette nel mio garage sono diventate prima due poi quattro, la mia vita ruota attorno al carrozzone colorato della mtb e dei corsi per bambini con la scuola Diavoli Rossi del mio gruppo.
Papà non c’è più ma lo immagino, ovunque sia, ad alzare gli occhi al cielo ad ogni mia gara e trasferta, sorriderebbe ad ogni bottiglia di Lambrusco come premio per l’ultimo arrivato e sento la sua voce dire “ Tu sos tute mate…” in dialetto ladino.
Ho visto questa gara crescere e cambiare; ho visto partenze da quasi 3000 persone fino a domenica scorsa con 1500 partecipanti scarsi.
L’ho corsa con il sole, la pioggia battente, fango ovunque o talmente tanta polvere da non riuscire a respirare; mi sono ritirata una volta per stanchezza estrema ed una volta mi hanno squalificato perché, secondo loro, ci avevo messo troppo poco tempo a fare la salita della Madonna del Corno.
Portai testimoni che la fecero con me ma non fui mai integrata in classifica ed è la punta di amaro che ancora mi rode dentro.
Nel 2003 mi spaccai tre costole ma arrivai al traguardo comunque e la stessa cosa feci nel 2005, caduta con trauma cranico, ma quasi mangiai quel povero cristo dell’ambulanza che voleva portarmi all’ospedale e togliermi dal tracciato di gara.
Conosco il percorso come casa mia e se spostano un sasso me ne accorgo, ne ho visto le varianti, la prova speciale di Monterotondo dove diventavi ubriaco a furia di girare in tondo all’interno del percorso fettucciato; oppure la prova speciale nella tenuta coltivata a vigna della Monterossa, bellissima ma che non finiva mai….
Negli ultimi anni si è fatta alla tenuta Contadi Castaldi a Provezze, alla fine della discesa del canalone, non mi è mai piaciuta in verità….
Comunque l’ho amata ed odiata questa gara, l’ho cavalcata, imbrigliata e domata, qualche volta mi ha fatto piangere come mi ha fatto ridere o bestemmiare, mi è entrata nel sangue come un sorso d’acqua quando si ha sete; mi sono emozionata ogni singola volta, ogni anno, quando passando in piazza sentivo gli amici chiamare il mio nome a gran voce, a vedere i componenti della squadra lungo il percorso ed alla deviazione dei pollai a fare il tifo, la signora Edith fuori dal negozio ad aspettare il mio arrivo, oppure Enrico Casagrande che aspettava il mio passaggio sotto lo striscione dell’arrivo prima di andare a pranzo… anche quando arrivavo alle due passate.
Ora Enrico non c’è più ma domenica mattina l’ho sentito li accanto a dirmi” vai Kathy” come faceva ogni anno.
Ma è stata un emozione diversa stavolta perché so che il prossimo anno non la farò.

Certo si può sempre cambiare idea, posso ripensarci quando voglio ma credo che l’11esima edizione sia stata l’ultima per me ma non perché non mi piaccia più ma perché l’ho “sentita” diversa, senz’anima e sinceramente me ne dispiaccio non poco.
Forse il malumore che serpeggiava all’arrivo tra i master per il fatto che non venissero premiati, decisione deprecabile certo ma avranno avuto i loro motivi, forse il fatto di dover pagare un iscrizione un anno prima o quasi non sapendo mai fino ad una settimana prima se il lavoro mi consentirà o meno di partecipare, forse semplicemente per il fatto che gli anni si fanno sentire e che indietro nel tempo, purtroppo, non posso andare o, semplicemente perché voglio fare altri percorsi, altre gare, vedere posti diversi e gente diversa.
Non lo so ancora di preciso, sono una serie di emozioni dentro che si muovono e che si fanno sentire, tutte mescolate tra di loro e che mi hanno fatto pensare che è meglio cosi.
Mi mancherà?
Da morire!!!
So già che il 24 settembre 2012 avrò un attacco isterico al mattino, mi auguro di avere un turno di lavoro tanto incasinato da non permettere alla mia testa di pensare alla mtb, alla discesa nel canalone, al castello di Passirano, alla salita alla Madonnina che mi ha sempre fatto penare ma un anno sabbatico dalla Gimondi me lo prendo.
Poi magari, nel 2013, sarò la prima iscritta profezia dei Maya permettendo…
Ma che cominci a correre adesso quel Maya li, perché se ha messo in piedi tutto sto ambaradan e poi i poli non si invertono, la terra non gira alla rovescia ed i mari non invadono la Svizzera giuro che lo inseguo in bici per mezzo mondo, prendo la rincorsa e magari la salita del Mafa la faccio tutta d’un fiato!

martedì 20 settembre 2011

Go fat en singol trek chel’è ‘n spetacol…..

Cosi parlo Zaratustra…anzi no, il Charly del Pedale Orcheano!
Quando ho sentito questa frase , detta da Benedetti la sera della presentazione della Urcis 6h 2011 non ho potuto che sorridere, perché, conoscendo Charlye, ho immaginato il brillio dei suoi occhi mentre lo diceva ed il sorriso disarmante di questo uomo dai 50 anni e passa che sembra un ragazzino che si diverte a combinarne di tutti i colori.
E la sera stessa ho sentito la descrizione di questa gara nuova di zecca a Pompiano e da li a mandare due righe di e-mail all’organizzazione per iscrivermi è stato un attimo.
E dire che quasi non ci vado la domenica mattina dopo il diluvio nella notte di sabato, vento, pioggia stile idrante, pensavo alle condizioni del terreno che avremmo trovato, al fango….
Ma la sveglia è regolarmente suonata alle sei del mattino, il camper era pronto e molto mogia mi sono avventurata verso la bassa.
Eppure, mentre mi avvicinavo a Trenzano lungo vie alternative, mi accorgevo che il terreno era asciutto, qualche pozzanghera qua e la ma nulla di preoccupante.
Ed eccolo il cartello Pompiano, strada asciutta e la conferma poco dopo che li, la notte precedente, non aveva minimamente piovuto!
Fantastico.
Parcheggio poco lontano dal centro sportivo, il bestione ha bisogno di spazio, due passi fino alla segreteria di gara dove il Gliso e la Grazia fanno le iscrizioni, il 77 da attaccare alla bike e via a prepararmi, mi vesto da ciclista e faccio la mia macchinetta di caffé da bere prima di partire, è un rito a cui non rinuncio.
Due giri in giro li attorno, incontro un sacco di facce conosciute e tra di loro una maglia come la mia, Michele Quaranta, fermo da un po’ nel mondo agonistico ma con una stupenda bike nuova fiammante!
Non provo mai i percorsi di gara, scaramanzia o semplice risparmio energetico, ma giro un po’ tra strada e sentieri; so che c’è un passaggio in una cava, un poco di erba e terra, sabbia… vedremo man mano dai.
Via che si parte!
Obbiettivo? 4 giri e fare il possibile per spingere sui pedali il più possibile, andar piano si ma con stile però!
Anna vola subito via, Morena sta davanti a me e faremo un bel po di tira e molla lungo il percorso ,a il terzo giro lo faccio da sola, mi ha seminato cavolo!
Poco l’asfalto, sul ciglio di cava si viaggia tra sassi e ghiaia ed un po’ di sabbia ed eccolo il famoso single track del Charlye: in 300 metri te ne fa fare 800, a zig zag su e giù e su di nuovo… bello!
Sento parecchie volte un “vai Kathy..” ma non mi ricordo le facce, un grazie lo urlacchio ogni volta ed in un attimo eccolo il traguardo, lo passo e riparto.

Ad un certo punto vengo doppiata da Ale Scotti che mi chiama per nome chiedendo strada… lo sanno che li lascio passare, basta chiedere no?
Eppoi loro lottano per la vittoria, la mia vittoria invece è arrivare in fondo, divertirmi e non farmi del male,.
Un giro dietro l’altro ed ecco la campana dell’ultimo, il quarto appunto;
vedo Morena poco più avanti e faccio di tutto per raggiungerla….ci saranno solo due secondi tra l’una e l’altra ma non riuscirò a superarla… va bene cosi in fondo, è solo un gioco, un gran bel gioco.
Torno al camper serena, so di aver dato tutto quello che avevo nelle gambe ed ora mi aspetta una bella doccia calda; ma sento l’allarme da lontano e corro verso il parcheggio.-.. un cretino ha deciso di andare addosso al mio Indy rompendomi il para urti… ovviamente l’allarme è scattato ma il danno, meglio cosi, è limitato ad un pezzo di plastica rotta.
Va beh pazienza.
Al ristoro poco dopo per due pesche e dissetarmi in attesa delle premiazioni che ci saranno, quasi due ore dopo l’arrivo… Uffa!!!!!
Forse l’unica pecca della mattinata.
Stavo avvisando Alberto chiedendogli se poteva ritirarmi il premio quando mi dice “no fermati, facciamo voi donne adesso”.
Un cesto di fiori che vale tanto come un trofeo grandissimo; è li sul tavolo del salotto in bella mostra ancora oggi.
Devo tornare a casa ora, tra un ora sarò al lavoro.
Ed inizia a piovere scaricando dal cielo tutto quanto trattenuto finora ma noi abbiamo avuto fortuna, abbiamo pedalato all’asciutto.
Al lavoro nel pomeriggio ben poca gente in giro con il diluvio che tiene banco e le mie navi partono vuote verso l’isola ma io sono contenta cosi, un pezzetto di me è ancora la che gira per la cava di ghiaia e su quel single track disegnato dal Charlye.
Alla prossima.

lunedì 12 settembre 2011

6 ore della Madonnina

68843
Sessantottomilatooocentoquarantatre!
Cosi posso riassumere la giornata di ieri:
6h mtb
8 giri
84 km percorsi
3 classificata


Mica male direi, con ancora la 24h di Val Rendena nelle gambe, un caldo micidiale che pareva di essere a luglio e non settembre, l’erba ed i campi da attraversare sulla bike, il sentiero nel bosco che sembrava un toboga ed il lungo fiume che era l’unico punto un po’ fresco del percorso che si snodava lungo il Serio.
Ma cominciamo dall’inizio va’ che è meglio.
Il Rally della Madonnina lo conoscevo già, fatto tre anni fa se non ricordo male con tanto di tonfo a meta percorso sulle radici del sentiero nel bosco ma stavolta pare diverso, da cross country ad una endurance di 6 ore che fa parte del circuito dei Tre Fiumi.
Interessante la cosa, come si fa a non andarci?
E mando l’iscrizione naturalmente, alle sei del mattino suona la sveglia, la bike a bordo e via che si parte!
Non sono molti i chilometri da fare, una cinquantina circa ed in un ora sono a Madignano, alle porte di Crema e dopo aver girato per le strade del paese ecco il parcheggio messo a disposizione dall’organizzazione.
Parcheggiare il camper non sempre è facile, non è per nulla piccolo ma eccomi sistemata in modo da non dar fastidio a nessuno.
Scendo e mi avvio verso la segreteria, ritiro il mio numero ed il pacco gara, una bottiglia di vino ed un pacco di pasta, una serie di bustine di integratori ed un cappellino offerto dallo sponsor e, come sempre, il signor Gaioni della Tagracer mi prende in giro……
Ormai sembra un rito, accetto le battute sul mio andar piano e rispondo che tanto arrivo anche io, prima o poi…
Me ne torno al camper, preparo una moka intera da sei di caffé, mi siedo e bevo il mio caldo “doping” con una fetta di torta di mele; il tempo scorre piano piano ed ho il tempo per organizzarmi, guardare la gente che arriva ed il parterre di gara che si anima di gazebo colorati delle varie squadre, saluto gli amici ed i conoscenti e chiacchiero un pezzetto con Alfio che fa da speaker oggi.
Attacco il numero a Valchiria, preparo me stessa ricordandomi del braccialetto da mettere al polso come identificativo di corridore solitario, metto il chip elettronico adesivo sul casco ed eccomi pronta per questa nuova avventura.
Obbiettivo?
Sei giri, uno all’ora.
Se poi avrò la forza o la voglia di farne di più, ben vengano.
Salto in sella alla bike e gironzolo li attorno, scambio due chiacchiere con Grazia Bazza parlando dei figli che crescono e di mille altre cose, due amiche/rivali sui pedali, cinquantenni con figlie che studiano alle prese con le trasferte all’estero e con le chiacchiere dei conoscenti che ci danno delle matte scatenate per il fatto che, al compimento dei 50 anni, hanno preferito una bici nuova al brillantino….ma il brillante lo si può avere anche a 60 anni, la bici magari un po’ meno dice giustamente Grazia e non posso che darle ragione!
Eppoi noi siamo giovani dentro, di ciò che dice la gente non ce ne può fregare di meno!
Le undici si avvicinano e si deve partire in stile Le Mans, un giro di corsa per raggiungere la bicicletta e saltare in sella ed iniziare a pedalare lungo il percorso di 11 km circa tra argini, sentieri nel bosco, erba e campi di mais mietuto dove gli spuntoni fanno danni se non stai attendo a dove metti le ruote.
Il primo giro è una sorta di ricognizione ed essendo cosi lungo, nonostante si sia in parecchi a correre, lo si fa quasi in solitaria e devo dire che non è male, anzi, non hai l’ansia di intralciare chi ha fretta e forse solo il sentiero nel bosco rende i sorpassi un poco difficoltosi, per il resto ognuno fa la propria gara.
Le squadre ovviamente vanno velocissime, i solitari hanno tutti un andatura più soft ma mi piace passare lungo il fiume e sotto le piante che riparano dal sole che batte inesorabile e brucia quanti, come me, ha la pelle chiara che si scotta facilmente.
Ormai ho il segno perenne delle maniche della maglia e dei pantaloncini, una specie di tatuaggio che non vuole saperne di andarsene nonostante le esposizioni a sole e qualche lampada per cercare di uniformare tutto e meno male che sono riuscita a far scomparire il segno dei guanti, facevo ridere con le mani bianco latte mentre le braccia sono scure.. o meglio color albicocca, l’abbronzatura dei biondi insomma.
Alla fine del sentiero nel bosco, prima di immettermi sulla sterrata che porta al lungo passaggio sull’argine, c’è uno degli operatori della protezione civile, un ragazzo pressappoco mio coetaneo pelato, con due baffoni alla Umberto di Savoia con tanto di orecchino da pirata che è uno spettacolo!
Ad di la del fatto che è gentilissimo e che per tutte le sei ore, quando passavo di li, mi faceva un sorriso, tant’è che gli ho promesso che all’ultimo giro mi sarei fermata a baciarlo.
Giro dopo giro i chilometri aumentano, la stanchezza anche, la sete non da tregua e mi fermo a bere, mangiare frutta ed a riempire la borraccia, piccole soste di qualche minuto per poi ripartire e riprendere la corsa; fino alle 15 non ho mai guardato la classifica, so che siamo in cinque solitarie femminili, vorrei non essere ultima, il resto non conta più di tanto ma ad un certo punto, non ricordo chi, forse Fruttolo degli Mbo ( perché vende frutta e verdura), mi urla che sono terza ad un giro…
Ed allora decido che la terza posizione non me la porta via nessuno, pedalo il settimo giro, già uno in più di quanto avevo preventivato, cercando di mettercela tutta, di dare tutto quello che mi era rimasto nelle gambe e nella testa, di buttare sui pedali tutta la passione per la vita e questo sport che ho dentro, dedicando ogni pedalata ad un pensiero, ad un sorriso che sarà mio per sempre.
Ed ho potuto farne ancora uno dopo, l’ottavo giro, con fatica perché effettivamente non ne avevo più, guardando il conta chilometri che si avvicinava agli ottanta km macinati e fermandomi per baciare quel ragazzo con i baffoni alla fine del mio ottavo passaggio.
Ne ha sorriso e riso con me, scambiando due parole per un attimo ed incitandomi a ripartire e terminare la gara, cosa che ho fatto, con molta calma, finendo la mia endurance di 6 ore in 5h 59 minuti, con otto giri all’attivo ed in terza posizione.
Certo che se paragonata alla performance della mitica Astrid con i suoi 15 giri dovrei nascondermi ma lei è irraggiungibile, una donna d’acciaio che sfida tutto e tutti vincendo gare durissime e lunghe da matti; accanto a lei sono solo una formica ma mi piace starle accanto.
Una lunga doccia mi trasforma nuovamente in una persona pulita e presentabile, avevo le gambe arancione dalla polvere attaccata addosso e non mi sono guardata in volto ma credo fossi dello stesso colore; capelli umidi ed odorosi di shampoo, la maglia della squadra pulita e via alle premiazioni ed al pasta party seduta in compagnia dei ragazzi dell’Mbo, un boccale di birra alla spina accompagna la pasta e la carne offerta dall’organizzazione a tutti i partecipanti.
Le donne vengono premiate per prime e, quando tocca a me salire sul podio, mi danno una stupenda targa che metterò con le altre sulla libreria in casa, i complimenti e gli applausi, le foto ricordo….
Continuo a dire che smetto, che le gare è ora di lasciarle alle giovani ma è una specie di droga, quella dose di adrenalina che mi fa andare avanti serena, consapevole del fatto che posso ancora farcela, che il fuoco dentro a Ironkate non si è ancora spento e che, in fondo, va bene cosi.
Fino alla prossima.

venerdì 9 settembre 2011

Diavolo Rosso...Grrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr

Siamo o no dei Diavoli Rossi?
Ed allora vi presento Reddy, il compagno di viaggio da qua in avanti.
Occhio a non rompere perchè il forcone buca le chiappe!

Le tentazioni di una figlia

.....Visto il morale ballerino di questi giorni, la mia ragazzina decide di tirar su la mamma con una dose zuccherina e yogurtosa di torta ai lamponi che ADORO!!!!!!!!!!!
C'è anche qualche mirtillo ma i lamponi... I LAMPONIIIIIIIIIIIIIIIIII sono tuttti miei.
Che buona.
Grazie Elsa

martedì 6 settembre 2011

Sola sui pedali

24h Val Rendena 2011

Solitario.
La definizione etimologica sta per “persona sola, incline alla solitudine per scelta”…. Credo si adatti un poco a me in questo periodo ed in particolare per quanto riguarda la mtb.
Scegliere di fare una 24h in solitaria è un po’ come mettere in gioco se stessi contro tutto e tutti, provare a scavalcare i limiti della resistenza fisica e mentale innanzitutto, mettendo a nudo resistenza, allenamento, paure e pensieri, tutto quello che nella vita di ogni giorno è al margine, in queste competizioni diviene primario, principale, al centro di ogni cosa, di ogni singolo minuto.
E se lo sai, perché più volte lo hai fatto e provato, allora diviene un richiamo simile al canto di una sirena, un qualche cosa che spaventa ma attira al contempo, una sfida a cui non vuoi o non sai rinunciare.
E se poi la bellezza dei luoghi e della competizione stessa sono unici, se l’organizzazione fa di tutto per metterti al centro dell’evento in se, beh allora ci vai senza pensarci troppo.
Ho atteso di vedere i turni di lavoro del mese di settembre prima di mandare l’iscrizione, ma già ero pronta giorni prima con la mia casetta su ruote con le cisterne piene, il frigorifero funzionante e tutto quanto potesse servirmi per la trasferta.

Venerdì al lavoro fino alle 17.30, una volata a casa per mettere la bike a bordo, passaggio del portafoglio dalla borsa da lavoro allo zaino e via, verso la tangenziale e la Valle Sabbia seguendo il lago d’Idro fino in Trentino ed il paese di Strembo.
Sono due ore di guida ed arriverò alle 20.30, su per giù l’orario che avevo previsto, parcheggio nell’immenso spazio per camper messo a disposizione dall’organizzazione, ci metto un momento ad attrezzare l’area (tenda, tavolo, sedie, cunei per le ruote) ed è ora di cenare, la fame si fa sentire.
L’accampamento è già pieno di gente, tende, camper, gazebo colorati con i loghi delle varie squadre, vedo facce note e lo scambio dei saluti è la parte più bella dell’incontro.
Tanti si meravigliano del fatto che, stavolta, sia veramente in solitaria, nessun famigliare, nessuno della squadra, sola con me stessa e con i miei pensieri ma forse è meglio cosi.
Un giro a tendone che ospita la serata musicale e, nonostante ci sia la possibilità di cenare li, decido per un piatto di pasta da cucinare sul camper, un pezzo di film alla tv ed a nanna presto.
Appoggio il telefono sul letto mentre ceno, guardo le immagini di un vecchio film poliziesco scorrere sullo schermo e decido di mandare la buona notte a mia figlia ma il mio telefono ha altre idee…. Si è infatti spento e non ci sono storie, non si accende più! E dire che non è scarico, provo a mettere e togliere la batteria più volte ma nulla da fare, morto.
Alla faccia dell’alta tecnologia….
Vado a nanna, guardo il cielo e vedo le stelle dall’oblò superiore, spero restino a brillare lassù visto che le previsioni davano acqua per questo fine settimana.
Mi sono svegliata al mattino dopo alle nove, incredibile quante ore sia riuscita a dormire visto che a casa giro per le stanze tutta notte lottando con un insonnia che mi tormenta da mesi; colazione con calma, una passeggiata fino in centro al municipio per il ritiro del pacco gara e del numero da attaccare alla bike, deviazione fino alla bottega del paesino per l’acquisto delle tre cose che voglio portare a casa e me ne torno al camper per preparare me e la mia Valchiria alla lunga scorrazzata per le stradine della gara.
Alcuni dicono che il percorso è diverso dallo scorso anno, che è più lungo e tecnico, altri che è più corto ma con delle salitone… beh vedrò al momento, non mi passa neppure per l’anticamera del cervello di provarlo, ho 24 ore di tempo per farlo con calma e senza troppa fretta.
Chiedo in prestito il cellulare ad uno dei ragazzi del Team Novagli per fare uno squillo a casa altrimenti mi danno per dispersa e tolgo finalmente la mia cavallina dal gavone, la piazzo sul cavalletto e me la guardo in palese adorazione.. e si, la mia Valchiria è proprio carina, con quell’aria vissuta data dalle ammaccature lasciate dalle cadute, dai graffi sul telaio che la fanno sembrare una vecchia signora come me, ma con stile però!
Si perché sotto la polvere depositata dal tempo batte un cuore da guerriera che pulsa, ama e non dimentica mai un percorso, non smarrisce la strada su di un sentiero e riconosce le tracce lasciate anno dopo anno perché il tempo passa ma i ricordi restano, per sempre.
La lucido, olio alla catena, pulisco i cerchioni e vedo un pezzetto di legno che sembra uscire dal copertone posteriore, accanto al cerchione, cerco di toglierlo ed in un attimo si leva la schiuma dell’ultimo fast messo all’interno del copertone… sembrava nevicasse col fischio!
Cavolo era piantato profondamente nel copertone ed una volta uscitone lascia un taglio di due centimetri che non posso riparare; vado ne panico, ed adesso che faccio?
Ho una marea di pezzi di ricambio, catene, un deragliatore, di tutto ma un copertone no…. Ma uffaaaaaaaa.
Di corsa verso il traguardo dove c’è l’assistenza meccanica, non lo possono riparare e devo cambiare il copertone che non hanno li però.

Sinceramente ho pensato di dover rinunciare alla gara.
Ma sono in debito con quei ragazzi, uno è partito in moto per andare a prendere un copertone che andasse bene, mi hanno cambiato tutto e messa in condizioni di partire, alle 11.50 mi hanno consegnato Valchiria con anche il cambio regolato ed alle 12 ero alla partenza.
Tranquilla però, una specie di calma apparente mi ha presa ed è stata la mia compagna per molte ore.
Essendo sola l’obbiettivo era non farsi del male per poter tornare a casa sulle mie gambe; avevo preparato tutto quanto potesse essermi utile quali borracce, barrette e panini, sistemato tutto sul tavolo sotto la veranda in modo che, dal percorso, potessi uscire ed in pochi metri trovassi tutto quanto mi servisse.
Via che si parte, segui la biga dei ragazzi romani, inizio il lungo giro che ci porterà fino alla fontana di Caderzone e da li in poi il percorso è molto diverso dallo scorso anno, non più sulla ciclabile ma sul ponte fino alla tre rampe in salita sterrate ma anziché salire lungo la strada provinciale che porta a Bocenago, si gira nel campo verso la strada bianca che segue il fiume fino all’altro ponte, strappone in salita sopra la galleria della tangenziale, salita lungo la sterrata fino al campo da golf che non si attraversa quest’anno ma si lambisce, salita sui ciottoli del centro storico fino al vicolo con le scale e ritorno e poi giù sulla lunga discesa nel campo fino alla rampa da fare a tutta altrimenti ti pianti e di nuovo giù fino a quella specie di discesa modello argine che di solito non faccio per paura, sotto un ponte, sterrata lungo il fiume, di nuovo sul ponte, argine e zigzag fino all’arrivo e si riparte.
E si è diverso dallo scorso anno.
L’obbiettivo è quello di fare due giri più dello scorso anno con calma.
Fino alle sette di sera continuo a girare, con calma, senza fermarmi se non per una borraccia da riempire, un piatto di pasta per ripartire con la benzina nelle gambe e la decisione di riposare un poco verso le 22.
Mi ritiro in camper ed ho giusto il tempo di togliermi la maglia bagnata di sudore che sento le prime gocce di pioggia sul tetto.
Faccio al doccia con calma, mi faccio un the caldo e decido di dormire un po’….ma le braccia fanno male, i polsi sono doloranti per le vibrazioni della bici in discesa lungo quei campi; a furia di passare centinaia di volte, le ruote artigliate hanno scavato solchi e piccole buche che fanno vibrare le bici in velocità…..non si dorme insomma.
Ma girare di notte con la pioggia è un'altra storia.
La polvere si è posata, questo si, ma devi indovinare la scia lasciata da altre bici, quel vedo non vedo che rende tutto più complicato e speri che nel frattempo non sia caduta una borraccia o che una radice, a furia di passarci sopra, non sia affiorata rendendo il percorso infido.
Ed allora, dopo essere scesa lungo la zampetta che porta sulla strada sterrata che porta al ponte ed aver sentito la ruota dietro scodare ed aver salvato capre e cavoli all’ultimo secondo, decido che di notte vado a riposare, e se ne riparla domattina.
Ma il sonno non arriva e sentirò la musica della festa nel tendone tutta notte ed alle sei dei mattino mi preparo una minestra calda con pane e formaggio, un caffè e riparto nell’alba fresca e nuvolosa.
Ma la fortuna ci ha sorriso….il tempo tiene e solo qualche goccia una volta ogni tanto verrà a raffreddare le braccia.
Saranno molte le volte in cui mi fermerò al ristoro per un caffé, e molte saranno le volte in cui mi fermerò ad accettare il caffé di un ragazzo che fa assistenza a Mister Titti lungo il percorso; mi offrirà anche brioche e biscotti in verità ma ho sempre declinato l’offerta.
Poco alla volta la mattina scorre ed è quasi mezzogiorno.
Lorenza Menapace si è ritirata dalla competizione cosi come Sandra Lever e mi dispiace saperlo; Astrid de Rosa sarà la vincitrice di categoria con un numero di km impressionante nelle gambe, 400 circa.
L’ultimo giro lo farò con Anna Facchi, nuova reginetta dell’endurance nazionale, terza con 350 km all’attivo, un sorriso disarmante d una simpatia contagiosa, taglierò il traguardo con lei con le lacrime agli occhi, stanchezza, felicità, consapevolezza, orgogliosa di aver terminato una gara lunga e dura e di aver macinato 278 km.
Forse accanto ai numeri di altre ragazze è una piccolezza ma io ho fatto quanto mi sono sentita di fare, senza sforzi sovrumani ma senza mollare perché questo è ciò che sono.
La doccia lava fatica e polvere, il piatto di pasta toglie una fame che in fondo non c’è, le premiazioni ti danno quell’attimo di gloria sul palco che non sempre cerco ma che resterà nelle foto e nella memoria con u piacevole sorriso.
Si deve tornare a casa ora.
Poco alla volta il campo si svuota e sotto un acqua torrenziale parto; poco dopo sarò ferma lungo la strada per un brutto incidente occorso ad uno dei partecipanti alla gara, forse la velocità sull’asfalto bagnato o forse ancora l’incoscienza, fatto sta che mi spiace vedere le bici a lato strada deformate dalla botta, un carrello staccato e ribaltato e le due macchine scontratesi frontalmente, mi fa male pensare che fino a poc’anzi quel ragazzo era in sella sorridente seppur stanco ed ora è li, ferito… ma non quelle ferite che noi biker chiamiamo medaglie, tutt’altro purtroppo.
Ci fanno deviare lungo una strada laterale e poi si riparte.

Sembra che questo temporale non dia tregua e lungo le sponde del lago d’Idro si va a 30 all’ora, non di più. E sulle coste verso Odolo e Nave sarà ancora peggio, con un fiume d’acqua arancione piena di detriti che scende lungo la discesa ed i tornanti, rendendo non certo facile la guida alle piccole auto che mi precedono mentre il mio camper, ingombrante quanto vuoi ma pesante 4 tonnellate, fende il fiume d’acqua senza grossi problemi se non le mie paure di non riuscire a tenerlo in strada, stanca da matti e con tanto sonno arretrato.
Ma presto sarò verso la città e da li verso casa lungo la tangenziale, mentre mi lascio alle spalle la pioggia e la mia lunga cavalcata in sella.
Ogni volta sembra che sia passato un solo attimo dalla partenza al ritorno e mentre son li, a togliere divise sporche e bike dal camper per riporre e lavare tutto, i pensieri immancabilmente vanno a ieri, alla gara, a quel poco che magari avrei potuto fare in più o forse in meno, a quanto mi sarebbe piaciuto avere qualcuno accanto che pedalasse con me o solo a farmi un sorriso quando mi fermavo per riposare ma non è cosi purtroppo.
Solitari si nasce o lo si diventa, nella vita o sui pedali e diventa una scelta semplicemente perché non puoi far diversamente.
Ora sto guardando le previsioni del tempo per il prossimo fine settimana, c’è un'altra piccola endurance poco lontana da casa, ho già calcolato la rotta per il mio navigatore ed il mio “bestione” su ruote, in un ora e mezza sarò la…..

giovedì 25 agosto 2011

Il sentiero del Camos – Cai n.2 dell’Adamello


Una la penso tre le faccio ed intanto ne stò studiando altre sette o otto.
Che volessi fare meno gare questa stagione era chiaro, che non riesca a rinunciare alla mia mtb d’accordo ma che mi cacci sempre in situazioni poco ortodosse è il colmo.
Credo che stavolta Dado si sia stufato alla grande con me, dalle sette del mattino alle nove di sera, un disastro di giornata che basta.
Cominciamo dall’inizio.
Decidiamo di andare in Valle Canonica e di arrivare a Ponte di legno e seguire uno dei percorsi da mtb indicati dalla cartina dell’Adamello Bike Arena, il Camos n. 7 per la precisione, anche sein verità il fatto che venga indicato come “nero” mi preoccupa non poco.
Dobbiamo arrivare al Rifugio Bozzi e da lassù scendere alla Tonalina per il sentiero del Cai n. 2, pietraia all’inizio e sentiero poi, per terminare con una strada militare fino a valle.
1300 metri di dislivello in poco più di 13 km, una bella arrampicata, altro che!
Comunque via che si parte, ho due giorni di riposo di seguito per cui, male che vada, riposo domani tutto il giorno.
Alle nove siamo a Ponte di legno, parcheggiamo vicino alla pista di pattinaggio, caffé e brioche e siamo pressoché pronti alla partenza.
La cartina la studiamo bene mentre sgranocchiamo il dolce, la strada è ben impressa nella mente e via in sella con lo zaino in spalla.
Mi porto sempre un cambio a manica lunga, si sa mai, ed il minimo indispensabile per un eventuale guasto meccanico base, tipo forature etc., una bottiglietta d’olio per catena ed un fast in piu oltre che ad una camera d’aria ed alla pompa; Dado ride ma ognuno ha le proprie manie.
Preferisco riportarmi a casa tutto che aver bisogno e non poter riparare una semplice foratura.
Si sale lungo la strada per Pezzo, un paesino talmente arroccato che trovare un metro quadro in piano è praticamente impossibile.
Asfalto all’inizio su per una ripidissima salita, sterrato poco dopo per tre tornanti da cui si vede la strada che sale al Passo del Gavia ed i molti ciclisti su strada che lo stanno affrontando; ecco che si esce sulla strada stretta che porta in paese, si sale con una pendenza media del 12% e, quando la strada diventa di ciottoli la pendenza sembra farsi ancora più importante, io scendo dalla bicicletta mentre Dado riesce a stare insella fino alla chiesa e mi aspetta.
Vedo una fontana e decido di riempire la borraccia in vista delle salite che ci saranno tra non molto; è una strana abitudine che ho preso anni fa quando, in una gita al limite delle mie risorse, rimasi senza liquidi e scoprii cosi che la disidratazione fa più danni della stanchezza.
Borraccia piena e si sale per un ultimo pezzo; arriviamo di fronte ad una croce che ha appeso degli strani simboli: tre dadi, una mano e dei fiori.
Ovviamente la foto di Dado sotto i dadi è d’obbligo.
Da li si segue un lungo sentiero con le indicazioni per case di Viso, uno stupendo sentiero in erba che passa a lato di un torrente, passiamo sopra un ponte per accedere alla parte opposta della valle e si continua a salire lungo una strada sterrata.
Siamo a lato di un pascolo dove una piccola mandria di mucche pascola tranquilla con i campanacci al collo…. Tutte tranne una, più lontana dalle altre, visibilmente in difficoltà… zoppica con la zampa posteriore destra, sembra ferita… chissà cosa le è successo!
Al lupo al lupo……oppure un orso… o semplicemente una zoppia dovuta ad una caduta che ne so.. sta di fatto che lo dico al malghese poco più avanti e mi ringrazia.
Si continua ed ecco Case di Viso.
È bellissimo questo paesino, sembra di essere fermi al secolo passato se non fosse per le macchine che vanno su e giù e sollevano un polverone dell’accidenti… ma in montagna non ci si viene a piedi? Noooooooooo tutti col Suv cribbio.
Ed avanti ed indietro come se da questo dipendesse la sopravvivenza della specie umana.
Bah.
Arrivati davanti al rifugio ci fermiamo, caffé e brioche per Dado, panino e coca cola per me.
E prima di ripartire bottiglietta di grappa ai mirtilli da tenere nello zaino per la Sindrome del San Bernardo, si sa mai che succede lassù.
Si riparte verso la lunga salita fino al parcheggio delle auto che segnala fine della strada percorribile con i motori, da li in poi avanti a forza umana e null’altro, salvo emergenze.
Riempio di nuovo la borraccia alla fontana ed iniziamo a salire verso il rifugio Bozzi ed il Montozzo.
Per un po’ vado ma poi, non ne capisco mai il motivo, mi viene un attacco di paura e cominciano i guai.
Ormai convivo con le vertigini da tempo ma, come già detto, ultimamente sembra che il problema si sia accentuato notevolmente e non so più che pesci pigliare. Cosi, di punto in bianco, basta guardare una discesa un pò più scoscesa delle altre e mi ritrovo ad avere il fiato corto ed il cuore che scoppia.
Mi trasformo in una donna dalle gambe di gelatina, panico assoluto… dura qualche minuto, devo proprio mettercela tutta per riprendere a respirare normalmente ma costa fatica, tanta fatica resto stravolta da una stanchezza interiore che mi sega le gambe.
E cosi è stato.
Non sono più riuscita a salire in sella fino in cima, ho spinto la bici per gli ultimi tre chilometri, scivolando sugli attacchi metallici delle scarpe da ciclista, faticando da matti.
Dado ha cercato in ogni modo di consolarmi e di aiutarmi nei momenti peggiori, arrivando fino al punto di chiedermi se volevo tornare giù, dandomi pezzetti di cioccolata e facendomi parlare per non farmi pensare ma non è servito a molto purtroppo.
Abbiamo incontrato un sacco di gente che scendeva dal rifugio verso valle e tra di loro Nadia Tosi con cui mi sono fermata a chiacchierare per un attimo.
Da li in poi sono riuscita risalire in sella, forse perché effettivamente avevo pensato ad altro e sono arrivata ai piedi del Rifugio.
Dado era già la ad aspettarmi.
Faceva freddo o almeno cosi sembrava a me, ma credo che fosse solo il vento che asciugava il sudore che impregnava la mia maglia; un cambio veloce e maglia a manica lunga, si mangia di fuori, il panorama lo merita assolutamente.
Il Montozzo da un lato, le vecchie trincee della guerra bianca degli alpini dall’altro, il sentiero che sale verso il Passo dei Contrabbandieri…..che bello lassù!
Un piatto di asta al pomodoro per me, pasta alla lepre per l’omone, pane morbido e caffè.
E naturalmente la maglia ricordo del rifugio da portare a casa.
Ed ora si decide da dove scendere a valle.
Io sono sinceramente cotta ma Dado insiste sul sentiero del Cai ed io cedo alle sue richieste con un certo timore.. che purtroppo avrei dovuto ascoltare.
La descrizione del percorso da un km circa di pietraia, quattro km di single track e strada militare come parte finale….
Il chilometro nella pietraia segna Dado che fa un volo dell’accidenti, i quattro chilometri di single track segnano me con le crisi di panico ed un paio di voli da brivido;
riempio la borraccia ad ogni ruscello, sento la pelle tirare sotto i raggi cocenti del sole ed il viso arrossato del mio compagno di viaggio danno l’idea di come debba essere anche il mio… pazienza. La crema solare si è sciolta da tempo ormai e la discesa è lenta.
Troppo lenta.
Quando arriviamo sui prati a strapiombo su Ponte di Legno sono stracotta, parlo a vanvera ed ondeggio, credo di essere disidratata e per quanto ad ogni ruscello io beva, non riesco più ad integrare.
Poi naturalmente ci si mette anche l’avventatezza data dal pensare una cosa e farne un'altra per cui cerco di tagliare il percorso per non farmi attendere troppo e finisco diritta nella buca di una tana di marmotte che sento fischiare da un bel po!
Eh cavolo che botta però.
Finalmente il tetto di una casa in lontananza, se c’è una casa ci sarà sicuramente una strada e se c’è una strada si scende più velocemente; il problema però è che le mie gambe hanno deciso che basta! Stop! Non se ne parla! E resto piantata li a mezza costa, non vado ne avanti ne indietro, le anche bloccate, le ginocchia doloranti e le gambe che non vanno da nessuna parte.
Ad un certo punto incrocio una jeep e mi fanno una battuta…..ero talmente sconvolta che non sono riuscita a chiedere un passaggio fino a valle, non riuscivo a parlare.
Dado va avanti ed indietro, cerca di confortarmi e per la prima volta nella mia lunga vita in sella ho pensato di chiedere aiuto, venite a prendermi altrimenti non vado più a casa.
Finalmente sono riuscita a salire in sella, a scendere per qualche chilometro ed arrivare in un posto che i era vagamente famigliare: la casa della maestra Rosy!
Anni fa, quando mia figlia era alle elementari, fu invitata da una sua insegnante qua in valle come ospite a casa sua, una vecchia cascina ristrutturata; io venni da Iseo fin quassù in bike e tornai a casa per un totale di 214 km tra andata e ritorno.
Ora sono una vecchia polenta che non riesce a scendere a valle da un sentiero troppo esposto.
Che rabbia.
Sto decisamente invecchiando cavolo, devo iniziare a scendere a patti con la realtà.
Da li un tecnico sentiero mi porta giù fino alla strada fatta alla partenza, quella che porta al Passo del Gavia e da li in paese fino al parcheggio.
Sono talmente stanca che anche solo togliere le scarpe e cambiare la maglia sembra un impresa titanica.
Un a rapida sosta al bar per una piadina ed un paio di litri d’acqua per poi ripartire verso casa; avevamo pensato di essere ad Iseo verso le 16, ci arriveremo verso le 21.
Mia figlia è arrabbiatissima ed ha ragione, non avevo avvisato del ritardo, la porto alla festa da una compagna di studi e torno a casa per una lunga doccia. Non ho un pezzo di corpo che non faccia male, le botte si sentono e la schiena sembra spezzarsi ogni qual volta faccia un movimento brusco.
Posso dire di aver decisamente mal valutato sia la difficoltà che il dislivello di quanto fatto oggi e di aver pagato molto caramente questa leggerezza.
Sono passati tre giorni e la schiena è ancora dolorante, solo oggi ho riconquistato un’idratazione ottimale ed inizio a star bene….ed il mio amico-compagno pedalatore mi ha “ordinato” una settimana di riposo.
Magari una settimana no ma 3 o 4 giorni di sicuro.. poi vediamo ok?

Poi chissà dove andrò la prossima volta….

domenica 21 agosto 2011

Jungle raid lungo l'Oglio

Domenica mattina al lavoro, un caldo che sembra sciogliere l'asfalto ma all'una e mezza stacco e via a casa.
Una fame da lupo ma mi sbrano solo mezzo melone bianco, preparo la borraccia ed alle 16, puntuale come un orologio svizzero ecco che Dado suona al campanello.. e via che si parte!
Ciclabile dell'Oglio fino a Palazzolo, deviazione lungo la spiaggia dove tutti son stesi al sole e noi a far lo slalom in mezzo ai bagnanti... alcuni fanno i tuffi vestiti!
Bah de gustibus... alla fine della spiaggia un terrapieno, due scalette e la bike a spalla e via lungo un sentierino alla cui destra scorre l'Oglio ed a sinistra uno dei tanti canali della zona.
A volte ci sono le vasche di chiusa con le cascate, insomma un sentiero tecnico su di una culma tipo U rovesciata con radici e sassi, se non stai all'occhio cadi nel fiume e di la nel canale ma almeno non ci si fa male a cadere nell'acqua..anzi con sto caldo!
Pero' siamo all'ombra, nessun insetto, acqua corrente e cascate rinfrescano e dopo quasi 40 minuti sbuchiamo in una radura dove decine di persone fanno picnic stese al sole o sotto le piante.
Che bello!
Cocacola e panino al bar e ritorno via ciclabile ufficiale senza deviazioni stavolta, 43 km in due ore e mezza di una caldissima domenica di fine agosto.
E davanti ad una pizza come cena si decide cosa fare martedi.... hehehe! Altra storia.

domenica 14 agosto 2011

50 candele, 50 berette, 50 anni.....

Visto che sono diventata ufficialmente una vecchia signora stamattina alle sei sono partita in bici, mi sono fatta due volte la Gimondi bassa ed una volta la vignalonga edizione uno e fa niente se ieri sera, in un uscita per colline franciacortine, mi è venuto un attacco di auto commiserazione piagnucolosa, le rughe non le ho ( il cicio le riempie), sto abbastanza bene a parte quando cado dai ponti e mi riempio di botte che sembro tritata da un tir, i capelli bianchi li nascondono quelli biondi per cui fanculo la carta d'identità!
Sono ancora innamorata di millesettecentoquarentanove robe, musica, tacchi a spilli, harley davidson, libri, tramonti etc. etc, farei carte false per un patato che non posso avere per cui avanti cosi Kathy, chi mi ama mi segua, chi mi odia giri la testa di lato quando passo, chi mi vuol bene  per mille motivi mi faccia un sorriso e non mi neghi un abbraccio quando ho le paturnie.